19 settembre 2008

DUE PASSI IN BORGOGNA II


La striscia dei 60 chilometri scarsi che va da Fixin verso sud è un irreale susseguirsi di piccoli paesini dove non mancano mai una chiesa e un'enoteca.Uno dei miei preferiti è Gevrey-Chambertin, con la sua chiesa austera, le viuzze, ordinate, colorate e sobrie. Sobrietà di borgogna, in ogni sguardo intorno.Non ero mai stato dal Domaine Herestzyn, ma da qualche anno apprezzavo le loro bottiglie. Quindi, incuriosito anche dal cognome poco francese, prima di visitarli mi ero informato un po' in rete sulla loro storia. Jan Herestzyn, il fondatore, è di origini polacche si fermò in borgogna negli anni '30, con il sogno di diventare vigneron.

Nel 1959 nasce il Domaine che conta ora di diverse parcelle di 1er cru a Gevrey-Chambertin, a Chambolle-musigny "les Bas doigts" "e a Morey dove producono il prestigioso Grand Cru Clos St.Denis. In borgogna è sempre tutto complicato da quanto continuo ad apprendere. Ci sono produttori che sulle bottiglie hanno nome e AOC di un paese ma magari hanno le cantine in un altro, quindi, mi dicono amici "tecnici" con conseguente influenza dei lieviti. Comunque mi piace che siano complicati questi vignerons, è un motivo in più per bere, assaggiare per provare a capire. Empiricamente gaudenti.

Il domaine Herestzyn è a Gevrey-Chambertin in rue Richebourg, dietro il cancello di una bella casa, con un curatissimo giardino fiorito e tracce di bimbi piccoli attorno. Avevo avvisato solo pochi giorni prima ma la signora (credo di aver capito il nome Florence, ma non ci scommetto) ci accoglie con semplicità. Quando poi capisce che a parte provare i vini, non vorremmo andar via a mani vuote, l'accoglienza diventa eccellente. Sobri ma ottimi affaristi les bouguignonnes. Compare un frugale piattino con del formaggio ed "entriamo in simpatia", mentre versa i vini ci racconta la loro passione, con un evidente sentimento di umile fierezza, racconta l'origine polacca del nome e ricorda la storia del fondatore. Inizia offrendoci un paio di 2005, che centellina con attenzione, tra i quali uno straordinario village V.V., alla cieca può essere scambiato almeno per un 1er cru, intenso e ricco, con una persistenza oltre l'orizzonte.Poi i 2006, non tutti, solo il Gevrey base, il buonissimo 1er les Goulots, e un eccellente 1er cru di Morey, les Milandes. Il Clos St.Denis 2005 invece, me lo porto via "al buio", ma non troppo, insieme ad un 2002, sotto promessa però di aspettare qualche anno per berli. Ho detto di si, con le gambe incrociate.

Generalizzando, con qualche ricordo di altre loro bottiglie bevute in precedenza, trovo siano vini di carattere forte, immediati, che danno soddisfazione a chi cerca vini pieni, longevi; nello specifico i 2005 ma anche i 2006 hanno una complessità ancora seminascosta dalla giovane età, ma che sono certo uscirà fuori.Non sono vini da bere giovani, questo ci è stato proprio raccomandato e concordo.Penso che Herestzyn abbia uno stile senza compromessi, vini "croccanti" e "abbondanti" con materia ricca ben estratta, prodotti puliti, con alcol presente ma ben dominato.Un nome non ancora molto noto, ma che credo sia già piuttosto interessante anche per il rapporto qualità/prezzo dei suoi vini.

16 settembre 2008

DUE PASSI IN BORGOGNA


Dopo un periodo di assenza, quest'estate ho ripetuto il "pellegrinaggio" verso la Cote d'Or. Fortunatamente non ho trovato grandi cambiamenti, la fotografia non si è mossa.I ristoranti e i bistrot dove mi piace passare il tempo insieme al vino sono ancora al loro posto, sorridenti ed invitanti. Ho preso qualche appuntamento sparso, il periodo non è tra i più favorevoli, parecchi domaines famosi sono "chiusi per vendemmia" e ricevono solo con particolare preavviso.

Grazie all'interessamento dell'importatore, passo da Joseph Voillot, grande punto di riferimento per Volnay e Pommard. In attesa dell'arrivo di Jean Pierre Charlot, enologo e deus attuale di tutti i vini, parlo con un simpatico vecchietto che mi invita ad entrare.
Dopo qualche minuto capisco che il "vecchietto" è Joseph Voillot, il nome sull'etichetta del vino insomma, il quale inizia a raccontarmi i suoi vini. E' gentilissimo, appassionato e gli piace molto aprire vecchie bottiglie e far assaggiare tutta la produzione recente, asssaggi da botte compresi.
Ho visitato in passato il Domaine De Montille con il vecchio Hubert come guida, ed era stata un'esperienza straordinaria, molto più incentrata sulla personalità eccezionale del fondatore che parla delle sue "creature" in bottiglia; con Voillot è l'opposto, uomo più schivo, è sempre il vino il protagonista, è "lui" a parlare tramite il suo creatore. Tra l'altro sono da sempre un amante di Pommard e Volnay per i vini così diversi tra loro, ma così emblematici delle diverse potenzialità ed espressività del pinot noir e anche per il costo dei 1er cru di Beaune, spesso più abbordabile dei G.C. del nord della Cote.

La cortesia e l'accoglienza di Voillot sono state perfette, pari ai suoi vecchi grandi vini (les Rugiens 1976, un incanto). I 2006 mi sono piaciuti in generale, in particolare un generoso ed elegante Pezerolles, il solito maestoso e burbero da giovane Rugiens e un Fremiets sinuoso al palato. Ho trovato i 2006 un po' più disponibili ed immediati dei vini della celebrata e speculata annata 2005. Probabilmente ne perderà la complessità che il tempo regala al vino, ma essendo pinot noir sarà un millesimo potenzialemte piacevole fin da giovane, con vini lisci, lineari e freschi.
Anche i 2007 mi sono sembrati già abbastanza leggibili, forse in alcuni casi i crus sono un po' simili tra loro olfattivamente, certamente più per la giovinezza che per una mancanza di personalità. Ricordo però un Epenots gourmand, tondo e preciso come un compasso. Dalla botte escono vini già abbastanza addomesticati, anche al palato, cosa che con i Pommard giovani è spesso difficile. Azzardo quindi il pensiero che i 2007 saranno pronti come i 2006 ma forse, generalizzando a causa del clima, temo che questo sarà il trend del futuro un po' ovunque nel mondovino.

Il fatto che mi ha colpito di tutti i vini provati da Voillot, a parte la brillantezza e piacere cromatco della tonalità di rubino, è lo stile comune, un marchio di fabbrica immediatamente percepibile, grazie all'eccezionale continuità/evoluzione con Jean Pierre Charlot in cantina.
In sostanza il famoso manico che insieme al terroir, rende speciali e riconoscibili i grandi produttori e i loro vini.Sono uscito dopo due ore con un sorriso che suonava allegro sulla faccia e qualche ricordo sotto braccio.

12 settembre 2008

BOTTIGLIE FELICI

Un po' di emozioni in bottiglia.

Sori Tildin 1993 Gaja
Colore da manuale del tifoso del toro, granata acceso, guizzante di rubino scuro. I profumi non colonizzano il raggio di 1 metro dal bicchiere, come altre volte mi è capitato. Si sente il frutto scuro, la liquirizia "tiepida", come una crema al naso, questa è stata la sensazione. Piacevole, ma purtroppo non mutevole, nel profumo non c'è vento, "l'immagine olfattiva", bellissima, resta ferma. Al palato piaciuto di più, si capisce che è roba importante, avvolge che è davvero un piacere, nasce anche una ciliegia sotto tartufo notevole. Visto che è Gaja e bisogna per forza sfruculiare...lo aspettavo un filinino più intenso di persistenza. Chiude dissolvendo dolce dopo un paio di minuti. Bevibilità alta.

Cornas 1996 - Clape
Da non credere il rosso porpora del colore, in fondo undici anni qualche ruga cromatica...niente de rien. Rosso e pure vivo. Pensando alle identificazioni olfattive mentre lo bevevo, in questo caso, non credo ci siano grandi discordanze. Oliva nella zona di Cornas si pronuncia Clape. Quasi come il suono dell'applauso. Infatti. Anche un bel contorno di pepe, carne di volatile al sangue, erbe balsamiche, poca cipria. Buono e succoso il gusto, ancora pieno di frutto, sembra davvero al suo Punto G., (Giusto, Good, God, Godimento...). Un filo di volume e complessità maggiore in bocca non mi sarebbe dispiaciuta, anche se è un vino d'equilibrio seppur di seduzione e forse più di pelle che di testa. Bevibilità altina parecchio.

Barbaresco ris. Montestefano 1999 - Produttori di Barbaresco
Vino molto mobile e godibile da ora, penso potrà durare ancora molto, forse acquisire complessità al naso, anche se non vorrei perdesse quella viola, quel roseto carnoso e quella menta che faceva capolino dopo 3 ore. In bocca è equilibrato già ora, anche se il tannino vibra, a me piacciono così i nebbiolo. Nè troppo giovani nè troppo vecchi. Di sicuro, bevendo i vini dei produttori da vent'anni abbondanti, consiglio sempre l'apertura molto anticipata, almeno 3 ore prima.

Brunello riserva 2001 Canalicchio - Franco Pacenti
Pacenti conferma una bevibilità straordinaria e profumi netti di amarena, timo, terra, cuoio, davvero molto puliti e intensi, grande naso. Forse solo in bocca è ancora duretto come acidità, qualche anno di bottiglia spero gli darà quella souplesse che lo renderà davvero grandissimo. Già ora ha un finale lunghissimo...

20 novembre 2007

GOUDRON, CHE CATRAME SUONA MALE

Negli ultimi mesi mi è capitato di bere una dozzina abbondante di vini (barolo e barbaresco soprattutto) oltre i 20/30 anni di età; notando le differenze e ricordando anche le sfumature aromatiche delle bevute passate, mi è nata una riflessione riguardo uno dei descrittori del bouquet nei nebbiolo vecchi (e naturalmente di altri vitigni). Tradotto in italiano, il catrame, quel pungente odore di "asfalto caldo", che personalmente non sempre mi da piacere sentire. Dipende dalle sfumature ma soprattutto non lo amo quando le goudron è l'unico profumo intenso, non sostenuto in parallelo dall'etereo e armonico sentore di fiori secchi, il terroso speziato di radici e tuberi nobili o da un ex frutto sotto spirito ma pulsante. Spesso nei vini invecchiati, terziarizzati come si dice, c'è quel sentore di camino spento, fuligginoso, a volte tendente appunto al catrame, che sebbene sia "tipico" e anche a me non dispiaccia in toto, ripeto che quando è l'unico aroma terziario in un vino, lo trovo troppo acre e coprente, come monoliticamente statico e secondo me esaltarlo è soprattutto una convenzione, quasi un alibi, per non accettare la decadenza di un vino.
Eppure nelle guide, nei testi di vino, è considerato spesso un elemento e un atout positivo a prescindere. Insomma, è certamente una questione di gusto, preferisco i profumi "vivi" e la freschezza in un vino, anche quando ha più di un paio di decenni.

30 ottobre 2007

PUNTEGGI DI VISTA

In questo blog capita difficilmente, ma molto più spesso su riviste specializzate, forum o guide, vengono assegnati punteggi ai vino degustati. Non parlo della premiazione di guide come il Gambero Rosso, dove la scala di valutazione è quella da 1 a 3 bicchieri, o la guida Veronelli che parte da 1 Grappolo per arrivare a 5.
Mi riferisco alla valutazione in centesimi, quella lanciata decenni fa dal critico statunitense Robert Parker, il più noto guru e amplificatore mediatico del nostro magico liquido.
Se il signor Parker valuta un vino sopra ai 95/100, state certi che quell’annata subirà immediatamente un’impennata di valore economico e addirittura, e qui lo trovo molto ingiusto e scorretto, persino le annate successive saranno facilmente aumentate di prezzo, magari già dalla fonte.
I casi in Italia e Francia si sprecano, un po’ come il premio di Miglior Vino del Mondo conferito dal mensile USA Wine Spectator’s. Ricordiamo il Solaia 1997, Ornellaia 1998, vini che ho bevuto, molto buoni, ma nonostante ciò difficilmente li metto tra i miei memorabili assoluti.
Si deve anche considerare che Parker ha come metro di giudizio i grandi vini bordolesi, percui vengono spesso iper valutate bottiglie che hanno appunto quei vitigni al loro interno. E ad esempio, viene da sempre penalizzato il pinot noir e la Borgogna.
Per quanto riguarda il piccolo di queste pagine virtuali, non ho la smania né la presunzione di dare punteggi assoluti. Quindi quando vi capita di trovarli nel mio blog, considerate sempre che sono relativi e riferiti a quella bottiglia e quella situazione specifica. Un’altra volta e un’altra bottiglia (magari anche con un altro abbinamento gastronomico), il punteggio potrebbe variare. Molto è relativo, insomma.
Senza voler far polemiche né permettermi di dare del furbo mercante a mister puntiParker, un solo consiglio: prendete i punteggi con le pinze, preferendo il vostro giudizio relativo ed empirico come termine di paragone. Sempre a meno che vogliate fare business trading con il vino. In questo caso, i punti di Parker e non solo, sono la mappa del tesoro economico ideale.

30 settembre 2007

AGNELLO E CABERNET


Il menu comprendeva salumi di apertura, poi tortino di risotto e costolette scottadito speziate e piccanti con piccolo pesto di menta e pinoli, Dopodichè un Gigot d’agneau (coscio d’agnello) al forno con patate cotte nel suo grasso. E formaggi a pasta molle francesi (brie e camembert di chevre). Insomma con la solita scusa dell’abbinamento, abbiamo aperto una sontuosa batteria di vini della Gironda, altresì definiti bordolesi.

Più che cabernet come nel titolo impreciso, ci siamo bevuti la formule, ovvero quella sapiente e secolare abilità nel "mescolare" vitigni diversi, anche opposti per caratteristiche ma complementari. Quindi cabernet sauvignon in grande prevalenza, in mix con merlot, cabernet franc e a volte anche con il petit verdot.
Pauillac e Pessac-Leognan le due denomination degnamente rappresentate nella degustazione, la prima la più nobile, geograficamente più settentrionale e nota proprio per vini austeri, “seri”, a grande percentuale di cabernet sauvignon. I Pessac-Lèognan invece meno classè di blasone e con una percentuale di merlot spesso più elevata, da qui la suadenza che li caratterizza. Le caratteristiche infatti sono venute fuori nette, precise, inflessibili.
Il classico profumo di frutto scuro, di affumicato, scatola di sigari (soprattutto i Pauillac), di sentori balsamici e speziati. Secondo me in un grande bordeaux si trova sempre l'assenza di inutili frivolezze e superfluità.
Fa poi un notevole effetto leggere gradazioni non superiori ai 13° per così tanta "materia". Oltre alla famosa capacità di invecchiare decenni e di dare il meglio di sé proprio con lungo invecchiamento in bottiglia.
E' difficile descrivere i profumi balsamici sfaccettati del Mouton - Rothschild '89, campione della giornata, senza rischiare un mera sfilza di descrittori, che quando vengono letti, sembrano un elenco. Mentre quando si rivelano al naso, si capisce che seguono un'invisibile "sintassi" e "grammatica" del vino. Se sono buoni, e questi lo erano tutti, a loro modo e livello, ci si trova in bocca la storia del vino, immutabile da secoli, ma mutevole nel bicchiere.
Chapeau, n'est pas?

Le prodezze della giornata per me sono stati il naso tridimensionale all'ennesima potenza del Mouton, con quell'interminabile profumo di menta candita e una bocca suadente e ancora "giovane" nel tannino.. Al secondo posto la piacevolezza assoluta sia di profumi che di bocca nell’Haut Brion, meno dinamico degli altri ma seducente e probabilmente più equilibrato di tutti, con un po' di intensità in più sarebbe stato il più buono....Poi il sigaro del Lafite, peccato per la bocca non dolce nella trama, come spesso mi è capitato, questo chiude amarognolo e poco espansivo, forse ancora indietro. A prescindere dalle annate (questo '94 era praticamente un cabernet in purezza), però ha una bevibilità alla goccia.

Un Latour in piccolo il Pichon Longueville Baron e bella sorpresa il Pape Clement, che non bevevo da una vita, classico, preciso, solo un pelo di animalità di troppo per il mio gusto.
Furoi dalla Gironda poi, finalmente, il primo Alceo, bordolese di Greve in Chianti, che mi è piaciuto e parecchio, dopo altre tre volte ('98 - '99) meno fortunate. Nessun timore di fronte ai suoi "ispiratori", lungo, pulito ed elegante. Molto buono.
Che meraviglia infine lo champagne Vecchie Vigne di Egly Ouriet che riesce ad accendere il palato anche alla fine di una bevuta come questa.
Oltre ad un Chatau Montrose 1982, purtroppo difettata, ecco la lista completa, con la media dei punteggi dati dagli altri presenti :


Champagne '02 Chauvet 85/100

Cabernet Sauvignon 1998 Mondavi – Napa Valley 80/100
Chateau Haut-Bailly 1995 – Graves 85/100
Chateau Pape Clément 1995 - Péssac-Leognan 91/100
Chateau Lafite- Rothschild 1994 - Pauillac 91/100

Chateau Haut-Brion 1994 - Péssac-Leognan 93/100
Chateau Mouton –Rotschild 1989 - Pauillac
95/100
Ch. Pichon-Longueville Baron 1998 - Pauillac
92/100
Vigna d'Alceo 1997 Castello dei Rampolla - Greve in Chianti 91/100

Champagne v.v. Les crayères Egly-Ouriet ) 91+/100


...the lamb lies down on...Bordeaux (Genesis)

25 settembre 2007

COMPLEANNO


Resoconto del pranzo di festeggiamento, durante il quale, tra amici appassionati (Antonio ha beccato tre rossi su 5, apperò...), tra varie e cibarie, piccoli futuri bevitori urlanti si è bevuto, dopo un paio di bolle autoctone, direi bene:

Bianco Riserva 1999 - Villa Bucci, bevuto spesso, ha indipendentemente dai bonus della grande annata, uno stile ed un'identità estremamente coerente. Questo forse solo un po' reticente al naso, pur minerale e sapido, aveva un'acidità molto equilibrata, classe più che materia. Tre bicchieri.

Puligny-Montrachet 2002 - Leflaive - Manuale dello chardonnay, primo capitolo. Un'amica mezza astemia ha detto "sa di torroncino". Bingo?

Reserva las Hormigas 1997 - Altos - lo pensavo di riscaldamento, giusto per accompagnare il racconti d'Argentina, invece un figurone. Si sente ancora un filo di legno, ma che bell'equilibrio tra acidità e morbidezza. Malbec in purezza. Due bicchieri pieni.

Brunello 2000 - Poggio di Sotto - annata minore? ma il godimento è sempre quello. Freschezza, frutto, terra e alcol in armonia esplosiva. Tutto perfetto in un pugno, tutto in un uomo. Grazie Palmucci per il piacere che ci dai da bere. Tre bicchieri, alla faccia dell'annata.

Barolo 1990 - Francesco Rinaldi - Quello che mi piace di un nebbiolo semplice. ed invecchiato Serio, netto, franco.

Clos de la Roche 1999 - Armand Rousseau questa volta questo gran cru mi è piaciuto. Finora per le poche annate provate, sia di Rousseau che di altri produttori, non mi aveva sconvolto. Questo anche se si sente che ha ancora davanti un gran numero di anni/potenziale è davvero buono. Non è esile, è equilibrato. Il fruttino, la lavanda non invadono mai, armonia. In bocca è giovane ma dal tannino setoso, grande freschezza e persistenza.

Barbaresco Gaiun Martinenga 1983 - Cisa Asinari, ancora vivo, nonostante il color granata, terziarizzato benissimo, con complessità e cannella, anche profumi di frutto sotto spirito. Ancora bella l'acidità, piacevole l'alcol e la persistenza. Ricordo un '80 ma soprattutto un 1982 buonissimo di questo storico cru che credo sia un monopole. Ho saputo che sta tornando ai grandi livelli, per me quello è il suo posto.

Dettori Romangia 2000 strano davvero. Il meno identificabile, profumi un po' troppo avanti per l'annata, leggera ossidazione. Mentre in bocca è esplosivo, grazie anche ai 16,5° di alcol, anche troppo, però è molto piacevole nella sua "naturalità" ma non pulitissimo. Finale interminabile. Da amarone. c'era anche un grandissimo Riesling Spatlese 1979 ma il nome non lo ricordo proprio, aveva un'aquila leggermente inquitante in etichetta e il colore era quello dell'oro antico.

Grazie a tutti gli amici per la bellissima giornata.

6 settembre 2007

ARGENTINA EMOZIONI E VINO


Salta, la linda.
I colori delle vie, semplici anche da girare, las cuadras.
La piazza cuadrada anche lei, dove si guatano la solenne cattedrale e l’antico ispanico palazzo del gobierno.
La città ha quell’orgoglioso senso di estacionamento, di luogo di piacevole attesa verso le escursioni, le quebradas, la Puna, le Ande, quelle vere, Cafayate e poi, per l’onore del blog, la ruta del vino, il regno del vitigno Malbec.
Tutto è semplice se si “prende” il ritmo salteno. I primi giorni devi scrollarti l’imperativo occidentale dell’orologio, lasciarti andare alle sublimi empanadas, alla birretta fresca, al tempo giusto per fare le cose anche in vacanza.
Consiglio davvero un giro in quella parte di Argentina meno nota e modista, però accogliente, dolce ed essenziale. Lo stile delle sue montagne, dei passi e delle facce dei suoi abitanti. Attraverso
www.socompa.com si possono trovare contatti e info più precise. Girare con la guida di Fabrizio tra quei luoghi significa andare alla ricerca della forza fisica della natura e di scenari di montagna diversi da quelli europei. C'è anche il vantaggio di fare soste interessanti, sotto forma di asados, vini di carattere e struttura in piccoli pueblos che ci si stupisce che esistano ancora. La mia esperienza è stata straordinaria, anche per il vino bevuto.
Il Malbec è l’uva rossa più diffusa insieme a Cabernet sauvignon, syrah e pinot noir. Anche merlot, tempranillo e bonarda.
I vini migliori, secondo me, sono quelli di malbec in purezza, destinati a medio lungo invecchiamento, e grande evoluzione. L’annata 2005 è ottima, longeva e molto fruttata. Anche il 2004 è stato, per i miei assaggi, un ottimo millesimo.
Iniziamo quindi con i Malbec (ma il nome del vitigno va minuscolo come diceva Veronelli o no).

La differenza dei vini di Cafayate e Salta (nord-ovest) rispetto alla più nota Mendoza che sta a mille km. a sud è soprattutto quantitativa. E’ ormai molto promettente lo sviluppo di nuovi produttori e il rinnovamento di altri storici del nord, grazie alle condizioni climatiche e idriche favorevoli, oltre alla unique sellling proposition ovvero la peculiarità ”esclusiva” di fare vini ad altura quasi estrema (2000 mt ma presto anche un cabernet-malbec a 3000 mt, lo Yeti dello svizzero proprietario dell’azienda Colomè). Inoltre una decina di anni fa la firma di Michel Rolland è apparsa anche sull’etichetta di un vino di questa zona (appena fuori Cafayate, azienda San Pedro de Yacochuya, vista anche in Mondovino) dopo che il famoso enologo francese aveva già contribuito alla fama di Clos de los Siete in Mendoza. Sia ben chiaro, ovunque in Argentina ci sono anche tantissime ciofeche terrificanti, che hanno solo il vantaggio di costare pochissimo (10 pesos, circa 2,5 euro a bottiglia). A volte imbevibili, da commercio di basso mercato gdo argentino. Però la fascia media, quelli da 25-30 pesos (6-8 €) ha un ottimo valore q/p. Credo ci sia un motivo tecnico, spesso i vini di fascia media maturano pochi mesi nelle barrique americane usate precedentemente per i vini di punta (che spesso purtroppo sono punte di legnobastonevinone). Quindi diminuisce l’apporto eccessivo delle tostature da barrique e quando le uve sono di buone annate il prodotto medio è spesso piacevole ad un prezzo basso. E’ vero, soprattutto per alcune Reserva, che l’uso del legno è ancora molto pesante in certi casi per il mio palato. Tuttora è piuttosto diffuso il terribile vezzo di scrivere roble (rovere) vicino alla dicitura del vitigno in etichetta, come se fosse un evidente plus (immaginiamo con terrore un Nebbiolo “rovere” in Italia).

L’esportazione di vini argentini è indirizzata soprattutto al resto del sud-centro america e in maggior parte negli USA, dove il gusto dei consumatori predilige l’apporto evidente di speziature e tostature dolci (la descrizione del legno è del resto utilizzata come un parametro nelle note delle riviste americane di vino). Forse bisognerebbe provarli invecchiati, ma come dicevo, è molto difficile trovare in commercio vini argentini con più di dieci anni di vita. Una volta ho dovuto quasi minacciare di scrivere male dell’azienda sul forum del Gambero Rosso. Ero praticamente spacciato e così mi sono spacciato per “periodista”. E’ andata bene perchè il Malbec 1994 di Escorihuela Gascon (Mendoza) è stato un’esperienza voluttuosa. Al primo annusare sembrava una barbera nebbiolesca poi è diventato balsamico come un lagrein riserva superiore (14,3°, sull’etichetta indicano sempre i gradi al decimo preciso). Di viola e terra, non mi mollava più il palato con un ritorno di after eight alla ciliegia lunghissimo. Speriamo che il 2004 che mi son portato invecchi bene. Quindi a parte poche occasioni, le annate assaggiate partivano dal 2000 e soprattutto ’04 e ’05 (ottime annate, dicono). Buono il Malbec 2004 della Finca el Recreo, pepato, pulito, poco lungo il finale ma dolce anche se tannico per l’età. Ottimo il mendozano Dona Paula, un loro classico di fascia alta. Ottimo lo Yacochuya 2002 (e il 2001 è rimasto in omaggio all’amico Fabrizio, in attesa di berlo insieme alla prossima volta), quello con la firma di Rolland. Un quasi amarone di 16° fatto a 2000 e passa metri di altitudine. E’ a maggioranza malbec (credo che a seconda delle annate ci facciano l’aggiuntina di cabernet e merlot) ed è realmente un vino diverso, si sente la mano europea, si sente la piacevolezza bordolese, ma si sente che l'altitudine gioca un ruolo particolare, magico oserei; altro vino che passa i tre bicchieri. Altri vini eccellenti sono il Josè Luis Mounier reserva 2005 (60 pesos= 17 euri) dell’azienda giovane visitata a Cafayate dal dolce nome di Finca de las Nubes, fattoria delle nuvole. E’ un malbec al 60% e il resto cabernet sauvignon con un saldo di tannat per dare colore. Si fa 30 giorni di macerazione in acciaio e 12 mesi di barrique francesi usate. Pulito e balsamico al naso ha una beva davvero straordinaria, fresco, fruttato ma di buona struttura e corpo. Poi ho voluto anche cercare un pinot noir, forse per la mia dipendenza dai Borgogna, forse per scoprirne uno anche in Argentina. Gli unici due che potremmo alla cieca prendere per medi villages francesi, sono stati il Rufini reserva 1999 della Bodega la Rural (Mendoza) e il Pinot Noir 2001 della Bodega Salentein. Buono il pinot noir di Luigi Brosca ma con troppo legno affumicato per il mio gusto. Non mi sono piaciuti invece molti vini che hanno una grande diffusione nei ristoranti, Chandon e Nanni meno di tutti, ma la lista purtroppo è lunga. Ah, c’è anche un vitigno bianco coltivato solo laggiù, il torrontes, deriva probabilmente dall’albarino spagnolo delle Rias Baixas, anche se è più morbido e complesso al palato dell’antenato iberico. Buona acidità e soprattutto grandi profumi floreali e balsamici. Consigliano di non berlo gelato ma appena fresco. Con le empanadas, naturalmente.

Mi è rimasta la curiosità da provare il rosso 2001 di Yacochui, ma è in un posto sicuro, fuori dal centro di Salta, la Finca Valentina, un luogo da sogno, di quelli veri. Dove dopo una serata con il cielo pieno di stelle e uno stupendo asado familiare, ci si alza al mattino, nella pace e mentre fai colazione c'è Fabrizio che sella il cavallo e si fa una galoppata prima di partire per le escursioni. Guardo la piccola di casa, Sofia, che mostra il suo caratterino e i suoi sorrisi disarmanti mentre la sua mamma balla per farla dormire.
Insieme alla natura senza filtri delle Ande, è una delle immagini che ho portato a casa da questa vacanza.
Que viva Argentina, que viva Socompa.


7 luglio 2007

SQUAMA CONTRO PIUMA

Mi piace che in una serata con tanti vini l’abbinamento con i cibi sia studiato per offrire la migliore somma di piacere. Sì può fare con vini (o birre) semplici, con vitigni particolari o con grandi bottiglie. Ogni tanto, senza snobismo, è bello bere in Champion’s League, che per certi vini e vitigni obbiettivamente è la Francia, anche se da nazionalista spiace dirlo.
Il titolo della serata è incompleto e un filo impreciso, l’ho scelto soprattutto perché “suona bene”. Tanto è vero che il pesce scelto non ha squame e c’era anche del “pelo” come aperitivo.
Procedo con ordine.
Il jamon de pata negra bellota, ovvero il famoso prosciutto spagnolo di maiale iberico (quello grigio-nero) come mi è stato detto da un amico molto esperto, insieme allo champagne genera il nirvana gustativo. Posso solo confermare aggiungendo che il rosè è forse più indicato, ma è un dettaglio.
Sulla tavola c’erano tre bollicine straordinarie. Come si legge ovunque in questo blog, sono uno strenuo bevitore di rossi, i bianchi pur bevendoli, non mi danno le stesse emozioni, nonostante assaggi anche di Alto Livello. Gusti.
Però, però, lo champagne -quello vero- è un mondo che mi affascina il palato e l’olfatto e come effetto fa star bene la testa. Un piacere classico, direi.
Qui però urge un piccolo distinguo che mi è stato spiegato, tra lo champagne di nome famoso che si trova in grande distribuzione o anche nelle enoteche. Le bottiglie più vendute in Italia spesso sono le meno rappresentative della qualità e bontà della tipologia "bollicine" francesi. Un primo punto da seguire nell’acquisto, se non si hanno nomi consigliati, è cercare sull’etichetta le lettere RM, recoltant manipulant, cioè non un’azienda che compra uve o vini da imbottigliare, ma una famiglia, un vigneron che coltivano le proprie, le imbottigliano e le vendono. E’ un principio da seguire, con le dovute eccezioni, probabilmente per tutti i tipi di vino. Nella champagne questa dicitura credo sia obbligatoria ed aiuta nella classificazione (e quindi nella scelta). Conviene comunque sempre avere qualche nome di riferimento, poi anche tra le grandi maison qualche vino speciale si trova, magari a caro prezzo, ma si trova. Ci sono altre variabili importanti nella scelta, il produttore, la zone, i vitigni utilizzati, se la bottiglia è una cuvèe oppure un “millesimo”, però mi sto dilungando e non essendo esperto, prima mi informo un po’ e poi cercherò di raccontare meglio la mia esperienza.

Per ora parlo di questi tre "mostri" di goduria bevuti l’altra sera. Tre champagne diversi tra loro, ma con una caratteristica comune, la classe, con tutto ciò che ne deriva. Il primo Le Nombre D'Or Brut 2000 - Aubry Fils è fragile, sospeso tra la finezza olfattiva floreale e una raffinata semplicità. Il secondo è quello che mi ha colpito maggiormente Brut D'Autrefois – Corbon, ha il tappo antico, quello con lo spago, senza capsula metallica, come si faceva una volta (il nome Autrefois del resto…). I profumi salini e equilibrati li ricorderò per molto tempo, almeno fino a quando ne berrò ancora, perché di sicuro lo cercherò, mi sono infatuato. E poi in bocca è armonico quasi alla perfezione, nessun difetto solo piacere e una discreta lunghezza. Infine l’ultimo, Clos De Goisses 1996, Philipponnat, monsieur buum buum, l’esplosione, il rock and roll, miriade di fruttini al naso, in bocca una infinita ricchezza elegante e sostenuta da acidità a baionetta. Solo molto giovane, anche se è un piacere sentirlo così pieno di vita ed energia. Per i bianchi da uve chardonnay l’abbinamento scelto, sempre molto consigliato, sono gli sgombri (senza squame, vabbè..) gratinati al forno con Aiolì al basilico o all’origano fresco.
Il primo è un Puligny Montrachet Le Cailleret 1999 del domaine De Montille, per chi ha visto il film Mondovino era quel signore semplice, sulla settantina, calvo col basco in testa, che raccontava il suo "fare il vino" nella sua vigna, con amore per la terra e la tradizione. In una parola, un simbolo. E’ famoso e più produttivo con i vini rossi, però questo è realmente un grande vino, indipendentemente. Non mi ha colpito, a parte la grande mineralità sia al naso che al palato il Corton Charlemagne 1999 - Bonneau du Martay, troppo chiuso nei profumi.
Molto elegante e fine invece il Puligny Montrachet Le Cailleret 2002 di Boyer Martenot . Quello che mi è piaciuto meno invece è il Pouilly Fuisse 1997 "le clos de Msr. Noly" - Domain Valette che secondo me sta iniziando il suo tramonto ed il naso lo rivela un filo ossidato. Bella e ricca la bocca.
Poi finalmente i rossi e le quaglie arrosto con pancetta timo e vol au vent di fois gras. Qui l’abbinamento è davvero perfetto, tutti i partecipanti lo hanno eletto e apprezzato, e confesso, visto che ero il cuoco, mi sono sentito gratificato, ogni tanto l’ego….
Devo però sgridare me stesso (e gli amici bianchisti presenti) perché sono arrivato abbastanza provato dai 7 precedenti campioni al mio colore di vino preferito. Comunque sono stato premiato per l'attesa. Il primo, senza farlo apposta (la serata era a degustazione cieca, bottiglie con stagnola e nessuno sapeva cosa portavano gli altri a parte il tipo di vitigno, è ancora un vino di Hubert ed Etienne De Montille, uno dei più rappresentativi di questo Domaine, il Pommard Les Rugiens 1996, il barolò di borgogna secondo me. Questo perchè la aoc Pommard è infatti generalmente considerata la più tannica, con vini più “duri” in giovane età, ma straordinariamente complessi da adulti. E questo era quasi pronto, ne ho un’altra bottiglia, fra un paio d’anni ne vedremo delle meraviglie. Perché già ora è una goduria. Come dicevo questo tipo di vino fonde le caratteristiche che preferisco nei vini di Borgogna e in quelli di langa, come una sintesi. E’ profumato, fruttoso, ma con un nerbo e un tannino maiuscolo ma dolce ed integrato. La nota che mi ha affascinato di più è stata la buccia d’arancia, deliziosa. La bocca ancora "dura", stratificata in complessità. Poi è arrivato sulla tavola un altro pinot noir “mito” il Clos de Lambrays 2001, Domaine de Lambrays ed il mito del monopole è ampiamente comprensibile. E’ la Borgogna rossa che fa innamorare chiunque alla prima snasata. Fragoline e lamponi, ma nobilitati da spezie e incenso, profondità olfattiva e persistenza memorabile. Appena arriva in bocca poi è setoso, rivitalizzante, potresti berlo dopo venti vini e apprezzarlo comunque, da berne a secchi, peccato ne ho solo un paio di bocce. Terzo anche nei miei gusti Corton Bressandes 2004 - Tollot Beaut appena poco sotto i primi due. Forse i profumi sono troppo caricati dalla giovane esuberanza. Di certo l’età lo penalizza in complessità e mutevolezza nelle ore, però è un bere estremamente sensuale e appagante. Se ci fosse stata una gentil signora lo avrebbe amato sicuramente, sensualità femminile. Infine, trasgredendo ai vitigni “imposti” per la serata con i formaggi stagionati, abbinamento classico con il Barolo Cannubi 1998 di Chiara Boschis, abbastanza tipico nei profumi, solo un po’ troppo maturi, forse a causa dell’annata, ma comunque piacevole e anche complesso con quella noticina di cipria e un discreto finale. Fine.
E’ stato lungo questo racconto, spero non vi siate ubriacati troppo, del resto capita raramente una serata a questo livello, purtroppo.
Grazie di cuore a tutti i partecipanti, peccato per Antonio, ma ne abbiamo di tappi da far saltare, aspettiamo che torni l’autunno per i vini rossi…

16 giugno 2007

UNA TRANQUILLA SERATA DI TERROIR

Prima di tutto un grazie agli ospiti e agli amici, sperando che i secondi aumentino...
Con il numero ideale di commensali (7 persone una per ogni bottiglia da 0,75) e con antipasto di croquetas de bacalao, croissant di gamberi, brodetto di scorfano con calamari e fette di pane abbrustolito (bruciacchiato..,), poi spaghetti alla chitarra con ragù di d’agnello e infine tagliere con quattro formaggi:


Bollinger RD 1988
Come fare l’amore in una pasticceria, strepitoso, assoluto. Una delle cose eccezionali della vita. Vino della serata. Se le bolle fossero tutte così altro che rossi…

Batard-Montrachet 1991 – Ramonet
Peccato, fortissimamente peccato. Naso andato, bocca che lascia solo intuire ciò che sarebbe, mai bevuto prima, purtroppo nemmeno ora. Intanto grazie a Luca per tutte le spiegazioni sul cru. N.C.

Anjou 2002 – Vignes Francais
Bellissimo colore ambra rosato chiaro, profumi davvero freschi, con un piacevole salmastro, bocca radiosa di frutto ma non molto voluminosa e persistente.

Echezeaux 2004 – Mugneret Gibourg
Gran colore, acceso, brillante. Un naso seducente di fragoline, forse una noticina di incenso, di sicuro erbe aromatiche. Mi vien da dire “forte estrazione aromatica”, perché spesso con questo grande cru, mi capita di trovare i profumi una riga sopra il mio gusto, come venissero tirati fuori. Non costruiti né caricatura ma solo troppo “dolci”. Al palato mi è piaciuto molto, anche se i tannini sono giovani, niente “verde”. Una bevibilità davvero grande e persistenza corrispondente e lunga.
Godurioso come sfrecciare su una decappottabile in primavera. Si sente che è un domaine al femminile, ed è un pregio.

Cornas Granits 60 2005 – Vincent Paris
Syrah, in tutto e per tutto. Colore, profumi, bocca, il corredo completo. Al naso è un'esplosione di pepe, carne, olive nere. Sicuramente giovane ma sicuramente un bel vino. Ci fosse stata una bisteccata alla griglia andava a nozze. Persistenza molto lunga.

Chateau Lynch Bages 1996
In una parola souplesse. Nello specifico un gran vino, il rosso della serata, sulla soglia dei 3 bicchieri e mezzo. Impossibile non finire la bottiglia. Un campionario di profumi caldi, tabacco, carne. Meravigliosa la sensazione di pienezza in bocca. Impeccabile, lo dico sempre, dovrebbe salire nella gerarchia dei cru bordolesi.

Ornellaia 1997
A me piacciono i vini di Bolgheri, mi piace l’animalità un po selvatica, i profumi di macchia, erbe e resina. Non è un vino estivo, ha molto corpo e ne risente la bevibilità (l’avanzino me lo faccio tra poco con uova e bacon). Anche agli altri è piaciuto, ma meno entusiasti.
E’ penalizzato dal bordolese vicino, meno pulito stilisticamente, però in bocca ha forse un volume superiore, non solo alcol, è materia, magari non perfettamente inserita in una silhouette ideale, ma mi piace pensare che sia un marchio, un tratto della personalità bolgherese. Peccato che le bottiglie di adesso non abbiano più la sigla M.L.A., lui lo faceva meglio di loro.

Barolo Brunate 1993 – Roberto Voerzio
Quando il manico frega l’annata. Che bel vino, il naso complesso e stratificato, cipria, cacao, rose secche. E la bocca ancora viva e appagante. Ci ho sentito un retrogusto di nocciola con cioccolato nero, ma forse ero già in tilt etilico.

Montesodi 1985 – Frescobaldi
Un vecchietto in forma smagliante. Ancora fresco e di bella beva. Peccato arrivi alla fine di tanti e siamo un po appagati. Ne è avanzato un po’ e stasera con due spaghetti al pomodoro…

Barolo riserva 1985 – Dosio
Peccato, più di là che di qua. Soprattutto al naso. Riprovato stamani ma proprio ossidato. A natale una bottiglia gemella mi aveva dato molto piacere.

In finale anche un buonissimo riesling auslese 1993 di Jos Christoffel, davvero un piacere e un Capitelli 1995 che al mio palato, ignorante in materia, sembrava un buon vinsanto.
A parte l’assenza di Montalcino e Duero i terroir storici sono stati ben visitati…

31 maggio 2007

ROSSO D'ESTATE, BELLE BEVUTE

Se anche a voi piacciono di più i rossi, non siete costretti a bere dei bianchini, per quan to nobili. D’accordo che gli accompagnamenti ideali con alcuni vini rossi per un po’ li lasciamo da parte, visto quanto è disagevole digerire il brasato a 30°. Quindi a parte baroli e barbaresco ci sono tanti rossi che magari messi un’oretta al fresco possono dare soddisfazioni anche nella calda stagione. Senza parlare dei rosati, principi delle fresche serate estive, su tutti i pugliesi, qualche abruzzese (beh il Cerasuolo di Valentini, un’icona) e se li trovate molti spagnoli.
A parte tutti i pinot noir, francesi e non, che a casa mia sono i vini eletti per l’estate (vabè anche d’inverno, che colpa ne ho se mi piace) potrete trovare una bella bevuta rossa tra le bottiglie dell’alto adige, Santa Maddalena e Lago di Caldano, vini nati per l’abbinamento con i salumi. Con i salumi poi Bonarda e Lambrusco hanno il sapore dei frutti estivi.
Ci sono poi dei chianti base e i rossi di Montalcino, che anche ad una temperatura più rinfrescante possono dire la loro anche su semplici piatti di pasta oltre che sulle incombenti grigliatone stagionali.
In Piemonte grignolino, dolcetto e barbera, in lombardia rivaluterei i tanti vini della zona del garda e persino i piccoli claret bordolesi della Valcalepio e in liguria i Rossese, perfetti con le zuppe di pesce. In veneto qualche valpolicella poco strutturato. E se la serata estiva finisce sotto un fresco pergolato con gli amici, non fatevi scrupoli ad aprire un amarone, a temperatura non da frigo però. Andrete a casa un pochino suonati ma molto felici.
Andando verso sud ho trovato grossi godimenti dai vini campani, sia rosati che isolani (il pere ‘e palummo ischitano ad esempio, sta benissimo col coniglio e con le zuppe di pesce un po’ forti di sapore). In Sicilia si trovano dei vini base di nerello mescalese che possono accompagnare formaggi e primi piatti di pasta saporiti.
E altri, molti ancora ce ne sarebbero.
Insomma si può bere rosso anche d’estate, e se non è un grande rosso, fateci una bella sangria, basta un po’ di frutta, un cucchiaio di zucchero e un goccio di gin.

12 maggio 2007

SEQUENZA NEL BICCHIERE

Come girando un film è importante l'entrata del grande attore in una scena, così la sequenza di vini e cibi è davvero importante in una cena.
E’ la guida, la trama del “film”, non puoi far morire il protagonista o fare la grande scena all’inizio. Ci deve essere un crescendo di sapori, consistenze, grassi e spezie. E alcool per esaltare.
Per un menu esiste una sorta di schema guida, cioè il classico
stuzzichino (o appetizer), antipasto, primo piatto, secondo, formaggi e dolce. Ultimamente le grandi Padelle (gli chef stellati intendo) intermezzano alcune portate con tisane e sorbetti che hanno lo scopo, molto gradito, di “resettare” il palato e preparare bocca e panza per la portata successiva. Per creatività personale altri patron hanno dato alla carta evoluzioni e movimenti di cibarie differenti dal classico citato, quindi le regole le detta il loro stile. Parlo invece di un genere di pasto completo base, lo standard. Quando bisogna scegliere i vini, in ogni menu le variabili carne, pesce o verdure fanno poi molta differenza.
Non credo esista uno schema rigido, ragionato però sì, anche perché l’abbinamento di una tipologia di vino dipende strettamente dal cibo servito. Ma a mio parere per il nostro palato è corretto il sistema più tradizionale, ovvero bere “in crescendo”. Le mie idee, da non-diplomato:
Ottimo il classico inizio con bollicine (bianche non dolci, al limite un lambrusco o una bonarda se ci sono antipasti di salumi) è anche un gradito benvenuto agli ospiti, un rompere il ghiaccio con l’alcol e prepararsi adeguatamente grazie alla freschezza (max 10° non più freddo, perdereste i profumi) delle bollicine. Personale gusto i blanc des noirs, champagne da pinot nero vinificato in bianco.
Poi ad ogni piatto si deve accompagnare un determinato vino sia in modo classico che originale ma salendo di livello alcolico e potenza. Sia per i bianchi che rossi è indicativa la gradazione, l’annata e anche sapere se elevato in acciaio o in legno. Piccoli accorgimenti e studiate prove sul “tavolo” che un buon libricino come ad esempio gli Abbinamenti edito da Slow Food, insegnano meglio e più dettagliatamente, con esempi pratici di accoppiata food-wine ideale.
Il mio suggerimento è invece quello detto all’inizio : pensate sempre ad una sequenza cinematografica, come un film semplice ma ben diretto. Se avete un grande attore, un grande vino, spendetelo bene, con celata importanza. Diversamente, ed è spesso il mio caso enomaniaco, se si vuole bere proprio quel vino, quale sia il colore, il vitigno e quant’altro, vale il detto, il miglior abbinamento è un bel bicchiere.

30 aprile 2007

RIMEMBRANZE ROSSE

Visto che il caldo nei prossimi mesi mi limiterà nel bere rosso, metto la mia personale lista con note, dei più buoni vini rossi bevuti negli ultimi due mesi. Non mi interessano i punteggi generalmente. Perlomeno mi interessano solo quando partono dai 90 punti in su, allora compilo una scheda, per vedere "quanto viene". Sempre senza dare ai punti troppa importanza, anche perchè sono sicuro che quello stesso vino tra due anni potrebbe essere più o meno buono. Metto prima gli stranieri per ospitalità.

Ci sono un po’ di Borgogna, complice un giretto programmato da quelle parti e un amore personale particolare.

Bonnes-Mares 1988 - Comte de Voguè
Il vino che rende mistici, la mia seconda volta.
Diciannove anni senza una ruga, solo un accenno di espressione matura. Sono passate al momento 7 ore dall'apertura e non ha ancora intenzione di calare. Sembra volersi pavoneggiare, sfoggiando tutto il campionario.
Il colore arancio granata prende tinta con il passare delle ore, i descrittori sono infiniti, lampone, caffè, cacao, tartufo, terra, spezie, fiori secchi, persino prugna. Alcool meraviglioso, lascia lacrime cremose in slow motion sulle pareti del bicchiere. Palato in preda per infiniti minuti della sua persistenza, si espande come tridimensionale. Nessun difetto, nessun pelo nell'uovo. Incredibile piacere.

Clos de Vougeot 2001 - Engel
Conquista in ogni sua componente, colore rubino brillante vivo, i profumi ora fruttati ora speziati subito disponibili, tutti lì, pronti a cambiare posto ad un ordine dell'olfatto, come una palette da cui scegliere. In bocca è una sfera perfetta, freschezza, solo un pelo di legno, percepito all'inizio anche al naso, cmq molto integrato e integrabile. Da quel che ho bevuto, capito, letto e sentito credo sia proprio annata longeva. E' la terza volta che lo bevo (1999, 2002), in una parola, seducente.

Griotte-Chambertin 1999 - Renè Leclerc
dal GC più piccino, piccola chicca, un bel pinot noir, profumi di lamponi, poco balsamico e arancia sanguinella favolosa. Il commento corale dei commensali è stato "non puoi dire niente, ogni cosa è al suo posto", forse solo poco profondo ma in bocca si irradiava davvero carezzevole, ampio, dolce, pieno di frutto, tanta corrispondenza pulizia olfatto/gusto. E durerà ancora. Il GC di Griotte-Chambertin difficilmente delude nelle grandi annate. Pure pinot noir finesse.

Hermitage 1996 – J.Chave
Il syrah qui è davvero al suo massimo. E’ complesso, elegante, dalla beva estrema.
I profumi classici del vitigno, pepe, prugna, spezie, erbe officinali, un tocco balsamico e un sentore di olive nere. Una bomba silenziosa di aromi. Poi quando entra in bocca è vellutato, pieno, esotico anche. Il giorno dopo l'avanzino nella bottiglia era ancora cambiato, più austero.
Davvero grande.

Volnay 1er cru Les champans – Hubert de Montille
Un altro archetipo di un vino dopo l’hermitage di Chave, voilà le Volnay.
Questo poi ha l’età quasi giusta (invecchierà ancora benissimo) per dare le giuste impressioni.
Innanzitutto ti fa venir voglia di berne a magnum…poi è preciso, fragoline, fruttini, tante spezie, balsamicamente sapido. Berlo come detto è pura gioia, è il vino facile da bere, diretto, senza pailettes, solo grandi uve pinot noir.

Pesquera Reserva 1995
Ribera del Duero alla "st.emilion", setoso con il profumo del cioccolato. Rotondo, pieno, un palato davvero completamente abbracciato in modo caldo. Invecchia anche bene avevo temuto con il tappo rotto...Qui però sono parziale, per me è un vino del cuore. Un gran vino.

Cornas 2000 V.V. Tardieu Lorent
un naso ammaliante, olive nere pestate, spezie, animalesco ma molto molto elegante, il sapore era davvero corrispondente, salato e oleoso. Come spesso capita con i syrah del Rodano, da mettere in cantina, secondo me tra qualche annetto sarà ancora meglio.

E ora gli italiani:

Brunello di Montalcino 1999 riserva – Poggio di Sotto
E’ il Brunello che negli ultimi anni preferisco a tutti. Ha una freschezza sia nei profumi che nei sapori che fa pensare a quanto premio si riceva a lavorare seriamente e naturalmente come Palmucci. La nota più ammaliante del ris.’99 per me è stata la bocca totalmente sedotta dalla semplice ma grandiosa struttura del vino e dal frutto vibrante. Assenza totale di amaro, amarognolo, niente vaniglia e tostature. Chissà che botti usa, vero?

Brunello di Montalcino ris 1979 – Case Basse Soldera
Brunelllo di Montalcino 1985 – Case Basse Soldera
Bevuti ad una degustazione ben spesa. Ho chiesto subito di pagare il doppio ma di ricevere un vero bicchiere per tipo. Il primo è sul viale del ricordo, ricordo appunto della meraviglia che dev’esser stato giovane. Il naso richiama l’amarena sotto spirito ma è in bocca che ancora incredibile si sente il frutto, la freschezza. Avrei voluto berlo 5 anni fa…
Il secondo è un capolavoro assoluto. Profumi avvolgenti, sensuali, animali, balsamici. Uno sballo dei sensi. Il palato sospira ancor ora ripensando alla materia che lo ha foderato. Ho bevuto più volte i vini di Gianfranco Soldera e la parola che mi viene in mente è materia. Tanta in questo vino. Mirabolante.

Sassicaia 1995 – Tenuta San Guido
Tra le annate del Sassi che preferisco. Elegante, fine, annata poco concentrata, ma tanta classe e facilità di beva estrema.
I profumi pulitissimi, croccanti e balsamici, sapidità. Una bocca emozionante per freschezza, frutto, rotondità e assenza di amaro. Solo 12° di alcool ma di grandissima presenza anche in persistenza e poi i tannini di velluto. Un grandissimo vino sferico.

Brunello di Montalcino 1999 – Le Macioche
Una piccola realtà nella zona vicino a Poggio di Sotto, direi versante sud. Un brunello esemplare per classcità e grande beva. E' un filo semplice nei profumi, comunque ben delineati e senza odori troppo rustici. In bocca è davvero piacevole, con tannini davvero ben integrati e dolci. Il finale non è lunghissimo però riprende con precisione i profumi e i sapori, anche nel retrogusto. Buono buono.



4 aprile 2007

VINITALY 2007

Si è concluso il Vinitaly ed è stato un successo. Grandi numeri di espositori, bottiglie prenotate, eventi e degustazioni. Qualitativamente entrando in commercio i grandi vini 2004 e 2005, ottime-grandi annate, le riserve di Brunello 2001, quelle di Barolo (2001 ma anche un 1997 Mascarello Ca d'Morissio che da fonte certa, e di opinioni varie, vince il premio di miglior rosso).

Poi se qualcuno non ama le grandi folle, sono d’accordo che può essere un frenetico speed tasting con poca intimità. Ma avvenimenti come questi fanno acquisire quote al vino italiano, ai produttori, all’esportazione. E contribuendo alla crescita si ottiene competizione, speriamo leale, e spesso si ottiene più qualità. Peccato che i successi dei vini italiani facciano spesso la fortuna di alcuni distributori ed enotecari molto portati al ricarico. Ripeto l’appello fatto spesso: visitate e comprate dalle cantine. Il vino avrà comunque un prezzo inferiore e sarà un ricordo di molto più personale ogni volta che lo berrete.

Il difetto della grande massa si potrebbe risolvere organizzando altri vinitaly, in altre zone, però allo stesso livello di numeri di aziende presenti.
Esistono già centinaia di degustazioni, presentazioni, verticali, ma il plus della fiera di Verona è proprio l’autorevole e sostanziosa “carta dei vini”
presente. Personalmente non amo il rumore, le code di tanti stand e in generale questa rapidità di assaggino. Li considero bacini fugaci se paragonati alla notte d’amore di una bottiglia a casa propria. Ma per scegliere la bottiglia in questione serve anche andare a queste fiere. Evitando di comprare montepulciano d’abruzzo se si ama pinot nero. Come quando prima di andare a vedere un film ci si guarda il trailer, il filmato promozionale.

In fondo la funzione del vinitaly che approvo maggiormente è quella che per tre giorni in tanti parlano, assaggiano, scoprono i propri gusti, i profumi dei vitigni, le acidità e tutto quanto di magico compone un vino. Cultura si può dire?

Ah...Qualche nome, dritta su qualche vino? Shh, scrivete in privato...


24 marzo 2007

SYRAH - TA


Grandi vini e grande serata, anche se personalmente forse ho capito che la syrah non è tra i miei vitigni preferiti. Preferisco maggior finezza, acidità più fresca, profumi meno speziati e “corposi”. Gusti. Si parla comunque di un grande, sul quale ci sono ipotesi curiose nelle interpretazioni sull'origine geografica in base al nome (Siria? Siracusa? Shiraz?).
Personalmente, per parecchie decine di esperienze, trovo che nelle grandi interpretazioni, sia un vitigno di grandissima beva, anche sensuale.

Menu pasta cacio e pepe, goulash scomponibile e formaggi francesi.


Serata tra amici, no-pro, tre enoappassionati, un oste.
Il preferito, per me, Pavillion ’89 di Chapoutier, un grand vin che per un momento mi fa amare la syrah perdutamente: i profumi erano tantissimi, esplosivi mai troppo ridondanti e con una bocca e bevibilità eccezionale. Poi la meraviglia dell'Hermitage 1996 di Chave con pasta di olive ed erbe officinali in primo piano e un finale in loop infinito, mutevole e in progressione per tutta la serata.

Segue un solo discreto Sole dei Padri 2002 della siciliana Spadafora, dai profumi intensi, però giovanissimo in bocca, in certi istanti imbizzarrito al palato. A sorpresa buonino l'australiano Shiraz 1997 Wynns pur corto in persistenza e per me, banalotto nel gusto. Sempliciotto nei profumi l’Harys 2000, dell'azienda piemontese Gillardi. Chiusissimo (anche se a fine serata leggeremente meglio) e un po’ semplice il toscano Bosco, Tenimenti D'alessandro, addirittura muffe e polveroso al primo impatto olfattivo. Probabile bottiglia sfortunata, le due volte precedenti mi era piaciuto questo syrah toscanizzato..
Mezza delusione LaSizeranne 1990,sempre di Chapoutier con strani odori medicinali e gusto corto, acidità inesistente, forse l’età…


22 marzo 2007

PARLA COME BEVI

La critica e l’espressione di opinioni educate dovrebbero essere libertà naturali di un essere umano. A maggior ragione, vista purtroppo l’attuale scala di valori societaria, se l’essere umano è consumatore, e quindi acquirente, i suoi diritti potrebbero aumentare per diritto consumistico.
Quando mangiamo una pizza, un salame o una semplice bistecca abbiamo detto almeno una volta, in tutta tranquillità, mi piace o non mi piace.
E questo giudizio lo si è dato d’acchito, d’istinto, senza paura di essere ripresi per permettersi un semplice parere. Si capisce dove vado a parare.
Spesso noto nel giudicare un vino da non esperti, cioè i degustatori non certificati, una specie di timore. Lo noto nei forum, nei blog ma anche tra tavolate di amici. D’accordo, c’è un nuovo e più recente rispetto davanti a un vino più o meno importante e ciò mi rende felice. E’ riconoscimento della cultura della vigna, secondo me.
Ma ho invece la sensazione poco piacevole che certo patinoso eno-mass mediatismo degli ultimi anni, abbia creato un solco elitario tra i normali amanti del vino e gli esperti, generando una sorta di riverenza anzichè rispetto.
Un muro culturale probabilmente dovuto anche alla prosopopeica e incomprensibile difficoltà del linguaggio tecnico di tanti (non tutti beninteso) divulgatori del vino. Non mi sembrano granchè utili alla conoscenza di questo mondo, i soloni che tra le righe ammoniscono il profano dall’osare commenti.
Quell’indifferenza saccente che ostentano, a meno che si conoscano le botti usate, le rese in vigna, il numero di rimontaggi, i giorni di contatto delle bucce, il nome del cane e il piatto preferito del viticoltore in questione.
Non penso che per dire se una bistecca è buona si debba andare ad assaggiare il foraggio, respirare la stessa aria, essere esperti di chirurgia animale e saper mungere la vacca che ci darà la succosa fiorentina.
Attenzione, non intendo far battute e generalizzare colpevolezze.
Cito subito per esempio due grandi scrittori, tra tutti quelli che mi hanno saputo avvicinare ad una bottiglia con le proprie parole : Gino Veronelli e Mario Soldati.
Poi anche nei forum e blog (Porthos, Gambero Rosso, Winereport, Lavinium…) se ne leggono tantissimi altri, sommeliers e non, appassionati e altruisti nella condivisione del loro “sapere”.
Sono assolutamente convinto che chiunque possa dare di un vino un parere personale (e singolarmente autorevole), magari semplicemente definendo il tipo di profumi evocati o il sapore in bocca. Una delle più azzeccate e sintetiche tra queste “note del Dilettante” l’ho sentita da Mario, amico enorme, nonché fresco papà e bassista, quando disse del Sassicaia ’98, “è una nuvola di vino in bocca”. Per me, la definizione perfetta della sensazione data da quel vino, in quell'annata Per informazione Mario non scrive sui forum, è ingegnere, ama il vino senza troppe “menate”, mai fatto corsi di degustazione. Eppure…
E’ chiaro che se invece si vuol dare un parere professionale su una determinata annata di quello specifico vino e del vitigno usato, addentrandosi in definizioni precise, si deve quantomeno avere un’esperienza diretta di decine di bottiglie bevute. Anche senza possedere titoli ufficiali, chi vuole dire qualcosa di più di “urca che buono” deve saper dare alla degustazione un taglio non serioso ma attento e consapevole, usando le proprie parole, non la pomposità di terminologie sentite in giro. A maggior ragione, se si desidera scendere nel giudizio specifico, si deve conoscere il vitigno, i sistemi produttivi, la geografia e la storia che danno vita a quel vino.
Ascoltando e imparando da chi sa di più, sperando che costui o costei non siano troppo intraducibili ad orecchie comuni. Altrimenti si che si può diventare come la macchietta che Antonio
Albanese ha superbamente creato. (per chi non l’avesse vista, mi riferisco all’imitazione del sommelier che dopo un balletto con il bicchiere e lunghi secondi di esasperati gesti rituali, finalmente alzando il bicchiere in controluce dice: “è rosso!").

20 febbraio 2007

LE PAROLE SUL VINO parte 1


Ho ricercato, chiesto in giro per trovare frasi sul vini, detti popolari, storici, altri poetici, qualcuno semplicemente divertente.
Le metto così, con la provenienza scritta a fianco, veloci veloci come tanti piccoli sorsi dal bicchiere. Ne aggiungerò altre in futuro, cominciamo da queste. Come giusto posto d'onore a Veronelli.

Il vino è il canto della terra verso il cielo - Luigi "Gino" Veronelli

A pompei, su un muro delle terme, un anonimo scrisse:"Le donne, il vino e le terme distruggono i nostri corpi e le nostre menti, ma rendono la vita degna di essere vissuta".

Acino d'uva scuro capezzolo della terra da dove sgorga nettare d'inebriante vita. (anonimo)

" Nel 1983 chiesi al giornalista Sheldon Wasserman di non pubblicare il punteggio dei miei vini. Così fece, ma non solo, sul libro Italian Nobile Wines scrisse che chiedevo di non far parte di classifiche ove il confronto, dagli ignavi reso dogma, è disaggregante termine numerico e non condivisa umana fatica. Non ho cambiato idea, interesso una fascia ristretta di amici-clienti, sono una piccola azienda agricola da 20 mila bottiglie l'anno, credo nella libera informazione, positiva o negativa essa sia. Penso alle mie colline come una plaga anarchica, senza inquisitori o opposte fazioni, interiormente ricca se stimolata da severi e attenti critici; lotto per un collettivo in grado d'esprimere ancor oggi solidarietà contadina a chi, da Madre Natura, non è stato premiato. E' un sogno? Permettetemelo". (Teobaldo Cappellano)

"Sempre pronto a una nuova idea e ad un vino antico" - (Bertold Brecht)

il Clos-Vougeot Vieilles Vignes 02 di Chateau de la Tour è un vino nel quale, se fosse un Dio, io crederei (Aramis, dal forum Gamberorosso)

"non mi sento molto bene... deve essere rimasto un po di sangue nella mia circolazione alcolica..." (Superciuk da Alan Ford)

Lascia pure all'erede ogni riposto avere, ma il vin della cantina, tu te lo devi bere! (anonimo)

NO BARRIQUE NO BERLUSCONI (Bartolo Mascarello)

"A chi no ghe piase el vin, che'l Signor che toga anca l'aqua" (anonimo veneto)

19 febbraio 2007

L'UCCELLONE


Oggi con lasagne fondenti di fontina e verdure ho aperto un ’97, colore ancora acceso, unghia granata, profumi di more, viola, affumicato e in bocca pieno, rotondo, soddisfacente in un’ ottima beva.
Bevo spesso il Bricco dell’Uccellone, lo bevo da sempre ed è per me un vino del cuore. E' prodotto dall’azienda Braida, di Rocchetta Tanaro ed esce dall’annata 1982. Un vino nato da un'idea e un sogno di Giacomo Bologna (soprannominato Braida, il nome della sua azienda, per la sua passione per un gioco di palla piemontese), ovvero fare dell’allora "plebea" uva barbera, un grande vino, passato in barriques nobili come si fa con i grandi vitigni internazionali. E soprattutto avere basse rese in vigna per concentrare il frutto al massimo, in un vino pieno, corposo, arrivando spesso ai 14° di alcool. Il curioso nome di questo vino deriva dal fatto che sulla collina della vigna vi era una casa abitata da una donna vestita sempre di scuro e soprannominata l’uselun.
La vendemmia solitamente è a fine settembre, primi di ottobre e la resa media per ha è di 65 q.li pari a ca. 44,5 ettolitri.Vinificazione: la macerazione a contatto con le bucce dura 22 giorni, con attenti rimontaggi. Il vino viene affinato in barrique nuove e vecchie in alternanza ed in base anche all'annata, poi prima della vendita sosta circa un anno in bottiglia.
Non sarò mai imparziale quando si parla di questa super barbera d’asti.
Forse perché quando ero un ragazzo ai primi bicchieri, il Bologna veniva nel ristorante di mio zio, portando le sue bottiglie. Ed una volta aperte il mio naso inesperto veniva sedotto ed invaso dai profumi di frutto rosso, di viola, spezie.
Ricordo che lo zio, sostenitore dei grandi bordeaux, arrivava al tavolo col sorrisetto furbo e una boccia di Chateau in mano, il Lafite come preferito, ma anche Latour e Margaux. Il signor Giacomo (io pensavo che bologna fosse un soprannome per via della sua mole e forse perché lo associavo al calorico salume), rideva e una volta disse : "...grandi profumi i vini francesi, anche meglio dei dopobarba". Negli anni ho letto molto di lui, purtroppo scomparso prematuramente nel 1990, curiosamente nello stesso anno di mio zio; ho scoperto era un personaggio così, provocatore positivo, esagerato, straripante ma estremamente creativo. Non era certo un vero e proprio contadino, era un uomo con un senso innato e avanguardista nel marketing e un gusto per il Piacere molto marcato e soprattutto con grandi idee sulla barbera.
Per ricordarlo con le sue parole, su una edizione natalizia di un suo vino (il Bacialè) vi è scritta una sua massima: “Costruitevi una cantina ampia, spaziosa, ben aereata e rallegratela di tante belle bottiglie, queste ritte, quelle coricate, a considerare con un occhio amico nelle sere di primavera, estate, autunno e inverno, sogghignando al pensiero di quell’uomo senza canti e senza suoni, senza donne e senza vino, che dovrebbe vivere una decina d’anni più di voi”.

E' un vino da abbinare ai classici piatti di carne e di territorio oltre che con formaggi
ANNATE PROVATE : 1982 xxxxx 1988 xxx% 1990 xxxx 1994 xxx 1995 xxx 1996 xxx 1997 xxxx 1998 xxxx% 1999 xxx% 2000 xx 2001 xxxx 2003 xxx

29 gennaio 2007

AMICI E BOURGOGNE

Soirée grand cru, quattro amici collaudati, un enomaniaco, due enoappassionati e un oste.
Note di Van Morrison, Dado Moroni, John Zorn, Micah P. Hinson, Sly and the family Stone

Menu: crema di burrata di Andria con sopra tartare di astice e gamberi di Oneglia marinati in olio gardesano - crostini con ragù di piccione e tartufo nero - poulet de Bresse cotto in coccio sulle braci del camino e patate nella cenere - insalata di crauti saltati con scalogno, guanciale e fagioli azuki rossi – forma di reblochon de lait cru e bouchette di chevre stagionato - chiacchere di carneval.

Vini :Champagne Blanc de noir, Grand cru Paul Dethune. Piaciuto, ma con le bolle io...
Clos de Vougeot 1990, Pierre Ponnelle, naso chiuso, affumicato, il frutto sotto, mentre in bocca vivissima acidità, finale con tracce di sotto spirito, un vino caldo. Quasi austero.
Clos de Vougeot 2001, Rene Engel, leggero sentore di legno, liquirizia e fragoline. Irruenza giovanile, stupende sensazioni appena entra in bocca, frutta pura, beva estrema. Quando alla fine abbiamo fatto le note abbiamo dovuto sforzare il ricordo perché prosciugato. Sensuale.
Echezeaux 1999, Caveau des Fleurières, il colore della serata carico, brillante; naso tuffato nei lamponi, sinuoso e pulitissimo. Quando sta per arrivare nella bocca si sente il lampone in dissolvenza mentre sulla lingua crescono ribes, fragoline e nel finale ancora lampone. Un susseguirsi di sapori piacevoli, piaciosi ma non finti. Astonishing.
Schweizer 2001, Franz Haas, profumi bellissimi, da Borgogna, con leggero pizzico balsamico, sapore dolce, piacevole, rotondo, molto ben “disegnato”. Il limite è che dopo tre ore i cugini resistevano, mentre lo Schweizer aveva dato il meglio, un Mennea contro i Bikila. Ribevuto oggi però ancora molto buono, ieri ha pagato il confronto.
E siccome con i formaggi il pinot noir era finito e l’atmosfera enoica molto carica, per sentire qualcosa di diverso ho aperto un Barolo Pajana 1997 di Clerico, profumi maturi mora, liquirizia e affumicato, bell’acidità, ancora giovane nei tannini ma pur non essendo un barolo tradizionale, ha giocato da nebbiolo.

Oggi acqua a volontà.

14 gennaio 2007

ANDATA DUEMILASEI


Allora il 2006 è finito e avrei voluto ricordare qui le bottiglie bevute.
Non che una mia classifica abbia un senso, non ho bevuto tutti i vini per poterne stilare una che sia attendibile.
Potrei mettere i miei personali oscar, nel bene e nel male.
Ma se guardo un po più in profondità, quello che l’anno trascorso mi ha lasciato sono più sensazioni della mente che di olfatto o gusto.
Il pensiero lo rivolgo al clima, a questa terra che sembra sbuffi per il caldo dell’atmosfera in realtà lo fa per la noia dell’essere umano che la martoria. Immaginate la terra, come un’unità pensante superiore, probabilmente una divinità. La terra, volendo, può salvarsi da sola, in realtà sta pensando cosa fare con l’uomo, se sperare ancora di vederci rinsavire.
Ma temo possa anche considerare la possibilità di liberarsi di noi, tenendosi magari quelli che chiamiamo gli animali.

Tornando alla realtà (?), mi domando come sarà il futuro del vino se i cambiamenti climatici dovessero sconvolgere gli attuali paramentri geografici della vite.
Immaginiamo temperature superiori di molto al 2003 (i cui vini sono spesso “cotti”, nati da uve stramaturate dal caldo, li proveremo i barolo, i brunelli). Come saranno i vini di Bolgheri, già molte volte muscolosi e concentrati di alcool? Anche i microclimi più speciali, le zone dai terroir più pregiati, potrebbero avere consistenti cambiamenti, anche di temperatura della terra, non solo dell’aria. Non sono un geologo ma usando la geo-logica...(...non tu Geo)

Allora mi viene in mente un’idea folle ma forse futuribile, che per assurdo potrebbe diventare realistica.
Quali zone d’Europa avranno cambiato tra 20 anni il proprio microclima al punto di far nascere nuove frontiere produttive in paesi attualmente esclusi dal mondovino. Forse asssisteremo alla rivoluzione inglese, con temperature miti che consentiranno la nascita del Barolo del Kent, il Barbaresco del Sussex. Oppure, restando nel continente, avremo i Brunelli di Amsterdam, ed i chianti di Groningen. Mentre in Sicilia si farà il rhum alle mandorle con la canna da zucchero...

Risveglio dall’incubo. Sinceramente sono per l’amore della storia e per rispetto dei sacrifici delle persone che in Italia, in Francia, Germania e Spagna hanno scritto la vita del vino (ovvero i paesi con almeno un bel secolo di storia stra le vigne)
Spero che come spesso capita, l’essere umano arrivato sul filo del precipizio per la strizza provata, reagisca. E ci salviamo tutti, e tutti i vini.
Ingenuo e sbrigativo, ma questo è un blog sul vino e d’altronde con gli attuali grandi piccoli uomini che reggono le sorti del mondo, cosa pensare? Meglio bere và.
Volevo tornare al 2006, ai vini bevuti, ma temo siamo già oltre lo spazio di una chiacchierata in osteria, dai, facciamo così…i nomi dei vini nel prossimo post.