21 aprile 2012

IL MIO VINO PREFERITO?


Un paio di amici che seguono il blog mi hanno fatto la domanda che ogni appassionato vorrebbe ricevere.
Prima risposta, il vino rosso.
Poi parlando di vino preferito, invece di citare solo qualche produttore del cuore, mi riferisco ai vitigni e alle peculiarità che il mio gusto preferisce.
Senza suspence dico subito che i miei vitigni preferiti sono il pinot noir tra i francesi e il sangiovese per l'Italia. Ovviamente la passione mi fa bere moltissimi altri vitigni, dai nobili nebbiolo a quelli con la "formula bordolese" (merlot+cabernet+altri), fino a quelli minori o meno conosciuti come lo spagnolo tempranillo o la schiava.
Ma i due favoriti assoluti sono i primi che ho citato. Perchè?
Quando ben vinificati e da terroir storici (Borgogna soprattutto e Alto Adige per il pinot noir e chianti e Montalcino per il sangiovese) riescono a rispondere e soddisfare quelle che sono le mie attese e passioni nel bere vino.
Amo i vitigni che riescono a coniugare in modo equilibrato i pregi per me indispensabili in un vino:

a) profumi che partono dal frutto rosso per spaziare su sentori balsamici, minerali, terrosi, esotici.
b) carezzevolezza al palato e acidità ben presente
c) bevibilità anche da giovani, non si vive in eterno
d) abbinabilità ai cibi, non si vive di pasticciata di cavallo
e) facilità di beva, la bottiglia deve finire

Con alcune ovvie differenze nel punto a), pinot noir e sangiovese (sempre quelli fatti bene) rispondono appieno a questi punti.
Non mi piacciono i vini che "eh, adesso è troppo duro ma vedrai tra vent'anni..." oppure i muscolosi di alcool e materia quasi masticabile, non impazzisco poi per quelli che al palato lasciano un'eccessiva scia di dolcezza "grassa" e non riescono a far illuminare il palato con la freschezza dell'acidità. I tannini non li amo troppo appuntiti che asciugano la bocca.
Fortunatamente molte mode sono passate e in ogni zona vinicola vi sono produttori ispirati che, per tirare fuori il meglio del dna di un vitigno, partono dalla tradizione con criteri moderni.
Una discreta metafora di come vorrei si comportasse l'essere umano in generale nella vita.

7 aprile 2012

NOMEN O MAN?



Il gioco di parole del titolo per dire che non è il nome che fa il vino, ma l'uomo.
Vale per tutti i grandi nomi di ogni tipologia, dal Brunello al Barolo e scendendo nel dettaglio anche per i comuni di produzione.
Ad esempio c'è un comune in Borgogna che si chiama Vougeot e i vini prodotti in quel fazzoletto di terra si chiamano Clos Vougeot e sono pure dei Grand Cru, ovvero il massimo riconoscimento ufficiale che un pinot noir può ricevere.
Ebbene, nonostante il nome, il titolo di Grand Cru ed i prezzi elevati, capita poco spesso di berne uno di altissimo livello. Via, ce ne sono di buonini, anzicheno.
Va detto che il C.V. è tra i territori vitati più estesi della Cote d'Or ma pare che in pochi posseggano le parcelle qualitativamente più vocate e soprattutto pochi produttori hanno realizzato grandissimi vini.
Cito alla memoria il Domaine Renè Engel ormai "estinto" come purtroppo il suo ultimo discendente Philippe, ma oggi il miglior Clos Vougeot, per costanza e qualità, secondo me è il Vecchie Vigne di Chateau de La Tour.
Ho bevuto pochi giorni fa il 2002, non era la prima volta e spero non sarà l'ultima.
Ricordo che per definirlo un caro amico usò un paradosso mistico "Se il Clos Vougeot v.v. 2002 di Chateau de La Tour fosse un dio, io crederei in lui".
In effetti si tratta di un vino "religioso", non solo per la presenza all'olfatto di notevoli e piacevoli sentori d'incenso ma per la profondità gustativa che ti riduce al silenzio.
E' una bottiglia che non divide praticamente mai chi lo beve, perchè ha una serie di caratteristiche che soddisfano in modo trasversale.
Ha quello che ci dev'essere in un vino buono.
Dai profumi al palato è tutto un fiorire di emozioni e quando inizi a berlo non ti accorgi che in un amen (rieccola, la religione) la bottiglia è finita.

30 marzo 2012

27 marzo 2012 ore 5.21

Quando scrivo mi capita di usare le figure retoriche, ma senza premeditazione.
Mi vengono in mente, le scrivo e dopo magari penso "ah, una metafora".
Mi piacciono perchè, se vengono bene, consentono di far volare più in alto una descrizione, suggeriscono più interpretazioni e fanno sembrare più affascinante e meno ordinaria una frase, un concetto, un evento.
Questa volta però non posso barare con la realtà, presumendo di poter rendere qualcosa in modo più intenso grazie alle parole.
Perchè la qual cosa è la più indescrivibile che si possa provare, a parte la nostra nascita e la nostra dipartita che però, per motivi tecnici diversi, non ci è concesso averne memoria.
La prima non ce la ricordiamo proprio e l'altra non saremo più qui per poterla ricordare.
Questa invece la vivi e te la tieni per sempre.
E' nato Giacomo, aka Jack Jack, tre giorni fa.
C'è.

6 marzo 2012

MUSICA PER G

Sto preparando nel mio iPod una playlist musicale importante poichè sarà quella che entrerà nelle piccole orecchie di Giacomo, quando tra un po' di giorni verrà qui fuori.
Per un maniaco musicompulsivo una selezione di questo tipo è una scelta difficilissima.
Primo perchè è arduo scegliere tra i propri idoli senza fare preferenze e soprattutto senza personalizzare troppo coi propri significati delle canzoni, perchè è una compilation per la vita di un altro.

Poi è anche complicato perchè nelle canzoni vorrei ci fossero unicamente valori positivi, come se gli stessi preparando un'isola musicale bella in mezzo a un mondo che sta stonando parecchio.
Sperando che l'importante sia iniziare con la prima canzone e poi il resto viene facile, ho finalmente scelto il primo brano che gli farò ascoltare.
Sull'importanza di questa canzone non ho mai avuto dubbi e mai ne avrò.
Nel testo poi sono nominati anche i pirati, che ai bambini piacciono sempre.

Siccome però è così meravigliosa che vale per due, nella compilation metterò sia una versione acustica del suo autore che una cover tanto commovente da sembrare scritta da loro due.


Redemption song - Bob Marley

Redemption song - Cash & Strummer

11 febbraio 2012

OSTE, VOLUME #3


Con lui sono di parte, per la precisione la parte del cuore.

L'unico problema quando ascolto un album di Tom Waits è che non riesco a fermarmi a uno solo, non ce la faccio proprio, al limite ascolto due volte lo stesso disco. Come stasera.
Le sue non sono canzoni, perchè "canzone" accostata a Waits è una parola che sembra vuota, ordinariamente banale.
Sono collezioni di momenti, storie tra la notte e l'alba con sembianze incomplete senza la partecipazione emotiva di chi le ascolta. Non sono cantabili, non cercano di piacere per forza, le screziature della sua voce graffiano e importunano il silenzio come vento, sembra che le scriva per levarsi della polvere dall'anima.

Mule Variations (Anti-, 1999) non è probabilmente il suo album più bello, ma è lo stesso uno dei miei preferiti, Hold on riesce a commuovermi ancora dopo mille ascolti nel suo incedere semplice, taumaturgico, Take it with me è un'apparizione in bianco e nero nella stanza e Big in Japan scava con le mani nude tra i pensieri. Per fare tre esempi.
Tom Waits può non piacere, la voce può sembrare poco aggraziata, ma ha un'intensità rara. W' un artista che sta oggettivamente all'opposto della banalità in musica e della musica fatta solo per vendere tanti dischi. Non è poco, dai.
Thank you, again and again.

5 febbraio 2012

GNOCCHETTI B/N


Gnocchetti bianchi e neri con bottarga su fonduta di toma


Preparare l'impasto degli gnocchetti secondo ricetta classica, ovvero patate bollite e farina in rapporto 1 a 4 (un kg di patate, 250 gr. di farina), dividete l'impasto in due e una parte "coloratela" aggiungendo il nero di seppia. Quello che vi fornisce la pescheria è molto meglio, in mancanza usare pure una bustina di quelle vendute al super. Il sapore non avrà la stessa intensità, ma ci sarà l'effetto bicolore.
Per la fondutina di toma, mettere a bagnomaria dei pezzettini di toma (o una fontina non troppo stagionata) e farla sciogliere con latte caldo fino a che la consistenza diventa cremosa senza grumi. Si può usare la frusta ma solo per mischiare meglio, senza far incorporare aria.
Mettere nel piatto un piccolo mestolo di fonduta e appoggiare sopra gli gnocchetti appena scolati.
Completare con delle listarelle/pezzettini di bottarga tagliati sottili al coltello.
Per favore usate bottarga (di muggine) intera e non quella già grattugiata, la differenza è abissale.
Il piatto, provato sabato per la prima volta, sembra sia piaciuto molto ai commensali amici.
Buon appetito.

3 febbraio 2012

LEGUMI DI AFFETTO

Ci sta che in un'osteria la filosofia sia quella di pasta e fagioli.
Sentendo però un po' in giro cosa si cucina e che si mangia nelle case di amici e conoscenti e facendo un sondaggio "alla buona" ho notato che i legumi stanno spesso all'ultimo posto tra le materie prime consumate.

Eppure è inverno, fagioli, ceci, lenticchie si prestano per le qualità nutritive ma anche perchè proteggono dal freddo, costano molto meno della carne, fornendo ugualmente proteine e rispetto alla carne i legumi hanno anche meno intensità di produzione, con tutte le manipolazioni che conseguono. Non sono vegetariano, come la ricetta del mio brasato su questo blog testimonia. Ma mi chiedo quale sia il motivo dello scarso appeal dei legumi.
Forse la preparazione non propriamente rapida tra ammollo precedente e cottura, non va d'accordo coi ritmi contemporanei in cui la frase "pronto in solo 5 minuti" guida le nostre abitudini alimentari?
Evitando ogni pippa personale sul piacere di preparare da mangiare con cura e tempo, perchè nelle giornate non sempre il tempo eccede, penso che potrebbe anche essere un fatto di organizzazione.
Esempio: alla sera mettete a bagno i legumi in un pentolone e il giorno seguente nello stesso momento in cui preparate qualcosa di rapido per la cena, basta mettere i legumi a cuocere in un pentolone semplicemente con acqua, sale, un po' di cipolla, aglio e carota. Senza nemmeno curarli molto, solo una giratina ogni tanto, li si lascia a fuoco basso mentre si finisce la "cena rapida".
Due ore scarse, il tempo di un film in dvd ed è sufficiente per cuocere anche i fagioli più consistenti.
Così, prima di andare a dormire, avremo un pentolone di legumi cotti e pronti per essere semplicemente scaldati il giorno successivo, aggiungendo magari solo un po' di pasta o del riso. E andremo a letto con un profumo di buono nella casa. Non è così complicato in fondo e il sapore è indiscutibile, gusti a parte.
Tra l'altro i legumi sono davvero molti, offrono una scelta di sapori vasta, dalla dolcezza elegante dei ceci, alla natura più rustica del fagiolo borlotto o di quelli con l'occhio, fino al sapore quasi esotico di lenticchie rosse e fagioli neri.
Se poi invece di usarli come primo piatto si vogliono abbinare i legumi ad altre materie prime, allora le ricette diventano infinite e assolutamente gustose. Nei miei ricordi più piacevoli ci sono i fagioli al pomodoro mangiati direttamente dalla padella col cucchiaio di legno come faceva Trinità (Terence Hill nei film anni '70) , oppure la più nobile e famosa passatina di ceci con gamberi (idea e ricetta di Fulvio Pierangelini), ma ancora più semplicemente fagioli neri, riso bollito e pollo, arrosto, ovvero uno dei piatti più diffusi in centro america.
Infine, anche se non è l'ultimo dell'anno, lenticchie con maiale, magari sostituendo il grasso cotechino in favore di un filetto o di una lonza servita con metà lenticchie passate e metà intere.
Se invece per caso il problema del consumo di legumi fosse invece legato alla nomea che -per dirla fine- "fanno aria nella pancia", oltre ai trucchi delle nonne tipo mettere una presina di bicarbonato, è sufficiente passare i legumi al passaverdure per non ingerire la buccia, colpevole in gran parte della sgradevole "fiatella".



8 gennaio 2012

ANNO BUONO

Non è solo un giochino di parole per augurare il buon anno a tutti gli avventori di questa osteria virtuale.
E' anche una speranza detta a bassa voce -ma col cuore in alto- che questo 2012 possa essere per tutti un'occasione per realizzare i propositi che spesso si fanno a fine anno.
A drizzare le antenne per annusare l'aria intorno alle nostre piccole vite e a fare i sociologiastri da osteria, c'è come un'aria strana che soffia sul pianeta. Contemporaneamente sembrano vivere grandi ansie insieme a grandi potenzialità, come se alla fine di un ciclo storico, sotto alle croste arrugginite della pelle, si stesse formando un nuovo strato, un vestito per il futuro.
Intimamente sono convinto che -in generale- solo se andremo singolarmente in direzione della naturalità delle cose, potremo ottenere un maggiore benessere universale. L'impresa sembra immane e soprattutto non essere all'ordine del giorno dei grandi potentati che muovono le cose.
Se però ci si lascia scoraggiare in partenza, nessuna impresa potrà mai partire. Mi rendo conto che questi sono solo pensieri liberi, incompleti come brevi cenni sulla galassia, ma all'inzio di un nuovo anno, c'è sempre quello spirito sognante che vaga in contrasto tra il riassuntivo e la pagina bianca. Abbiate pazienza con l'oste. Per farmi perdonare prometto una ricetta buona nei prossimi post.

Personalmente, a parte un enorme regalo in arrivo, questo potrebbe essere anche l'anno buono per rendere meno virtuale il vino, il cibo, la musica e le chiacchere in un'osteria.
Se faccio il vago è per superstizione.
Buon anno nuovo.

21 novembre 2011

LA MACCHINA DEL TEMPO

Tra i molti motivi per cui mi piace il vino, mi affascina la sua potenzialità di andare indietro nel tempo, negli anni. Quando una bottiglia è ben conservata e il vino contenuto sa invecchiare, è una specie di regalo speciale poter entrare in contatto con qualcosa di tangibile del tempo andato. Nessun altro alimento ha la capacità di far rivivere una stagione del passato, anche lontano, come se fosse un viaggio nel tempo. Inoltre -come noto- il vino evolve e spesso alcunie bottiglie aperte molti anni dopo l'imbottigliamento, riescono a dare emozioni anche maggiori rispetto a quando il vino è stato messo in commercio, è il bello dei vini da invecchiamento.
Così capita che, aprendo una bottiglia del 1990, il pensiero va all'anno in cui è stato fatto quel vino e nella bottiglia oltre all'uva fermentata ci sono i raggi del sole di quella primavera, la pioggia e tutto il resto, insieme ad un pezzetto delle persone che erano con noi in quell'anno e che magari non ci sono più.
Penso questo per ricordare un uomo che nel 1990 ci ha lasciati più soli, mentre bevo con la testa più che con la bocca un meraviglioso Chaeau Ferriere 1990, un bordeaux elegante come il mio caro amico.
La memoria che si accende con il vino è pura magia.

8 novembre 2011

(GOMMA) PANE CINESE

Mi piacciono la cucina cinese, giapponese, vietnamita, thailandese e indiana sia per l'uso e la cottura particolare di molte materie prime che come fonte d'ispirazione per "contaminare" le preparazioni mediterranee che ovviamente cucino più spesso.
Per esempio gli spaghetti di soja sono semplici da reperire e da preparare, il sapore non è troppo intenso, non colonizza gli altri ingredienti e si abbinano meravigliosamente con tutto, dalla verdura a carne e pesce.
Su ricetta di un'amica cinese sto cercando di imparare a fare i ravioli al vapore, che oltre alla versione originale, mi immagino declinati anche con ripieni tradizionali della cucina italiana. Poi adoro infinitamente le spezie, in particolare quelle indiane e le radici come zenzero e wasabi che danno sempre una piacevole "scossa" ad alcuni piatti.

Quello però che non mi piace e che mi lascia insoddisfatto ogni volta che vado in un ristorante "orientale" è la mancanza del pane. Capisco di essere poco elastico e che il riso svolge a grandi linee quella funzione "assorbente" su intingoli e salse ma la croccantezza e la consistenza del pane sono per me difficilmente sostituibili. Ad esempio la scorsa settimana in un ristorante fusion dove si può mangiare scegliendo tra piatti di stampo cinese, giapponese o indiano, dato che il mio pollo al curry aveva una salsina invitante ho chiesto se avevano del pane così mi hanno portato il pane cinese, ovvero una specie di palla di gomma bianca che assomiglia alla gomma pane e ha il sapore dell'ostia da chiesa. Per me è più inutile che immangiabile e sul menu costa ben 2 euro.
Insomma trovo che non sarebbe un'eresia se nei ristoranti "etnici" servissero anche un piccolo cestino di pane per gli irriducibili. Farebbe apprezzare ancor di più molte preparazioni.

15 ottobre 2011

GUIDA CON PRUDENZA

E' ottobre, cadono le foglie ed escono le guide dei vini d'Italia.
Le più note e diffuse sono quella dell'Espresso, del Gambero Rosso, la guida di Veronelli Editore e Duemila vini edita dall'AIS (associazione italiana sommellier), ma ve ne sono molte, anche online. Senza poi contare le decine di concorsi sparsi per il pianeta, durante i quali vengono assegnate medaglie d'oro e quant'altro, a scopo spesso strettamente promozionale e di marketing.
Per qualcuno le guide sono uno strumento informativo irrinunciabile, per altri una conventicola che premia sempre gli stessi nomi e influenza il mercato. Penso che la verità stia sempre nel mezzo.
Anche se è passato il periodo in cui le guide avevano moltissima influenza su quanto veniva poi venduto nelle enoteche e purtroppo sui prezzi di listino dei produttori, ancora oggi è facile sentirsi dire in enoteca "E' un tre bicchieri!" o "E' un 5 grappoli" sottintendendo anche che il premio vale la spesa e quindi il vino.

Per conto mio, non compro le guide da molto tempo, leggo su internet i risultati e i vini premiati solo per curiosità e sono convinto che il modo migliore per capire quale vino comprare perchè ci piace, sia quello di informarsi direttamente dal bicchiere, magari leggendo prima in rete qualche informazione sullo stile dei vini. Diversamente se si compra il vino per speculare e farci guadagni negli anni, in questo caso allora i premi delle guide e soprattutto i punteggi di Robert Parker contano molto, come scritto altrove in questo blog.
Per fortuna oggi con internet si possono avere molti pareri ed informazioni nei forum o nei siti specializzati e con il moltiplicarsi delle guide, sono aumentate anche le manifestazioni dove poter provare direttamente le diverse bottiglie, creando un maggior spirito critico anche nel consumatore medio.
Resta vero che un premio, qualunque premio, viene esibito e sbandierato da produttori e distributori come una certificazione di certezza qualitativa, nonostante le guide esprimano eccellenze spesso diverse tra loro, perchè ovviamente sono diverse le scelte di ogni degustatore e i criteri di valutazione.

10 ottobre 2011

VERSO NORD


Due ricordi di quando ero bambino.
Primo. A scuola mi piaceva molto la geografia, passavo ore a guardare le mappe, quelle storiche con tutti i confini delle nazioni e le loro aree colorate che cambiavano dimensione dopo le guerre, attraverso i decenni.
Ma soprattutto mi incuriosivano quelle cartine in cui i confini segnati non erano quelli politici, ma le parti colorate si riferivano al tipo di coltura e di materie prime presenti: mi divertivo a cercare i simbolini delle miniere d'oro, quelli delle pannocchie, del grano, dell'uva e mi colpiva osservare quella specie di confine naturale, come una linea Maginot che delimitava la latitudine dove crescevano la vite e l'ulivo. Ricordo che "il confine" dell'ulivo in Europa si fermava molto più a sud di quello del vino che invece sconfinava le Alpi ed arrivava fino ai confini nord della Francia, in Alsazia.

Secondo. Un'altra passione che avevo da ragazzino era guardare la pagina delle previsioni atmosferiche sul quotidiano, in particolare mi piaceva "viaggiare" con la fantasia leggendo la colonnina delle temperature massime e minime delle città del mondo. Forse lo facevo per consolarmi fantasticando viaggi in zone calde quando dove abitavo (nord Italia), faceva invece un freddo cane.
C'erano nomi a me sconosciuti, città lontane in cui le temperature erano sopra i 30° anche quando a casa mia nevicava e viceversa, durante le mie estati afose, vi era sempre nel mondo almeno una città in cui la colonnina di mercurio scendeva verso il freddo, anche di parecchio.
E' da più di una settimana che sto facendo questo stesso "giochino" ma nessuna delle città al mondo è ancora scesa sotto zero.

Si legge ormai spesso che a causa dei cambiamenti, climatici il confine per la coltivazione dell'ulivo si sia spostato un bel po' verso nord, in Italia persino in zone collinari e prealpine, gratificando con la possibilità di fare l'olio anche alcune aree dove un tempo c'erano solo mais e castagne (ad esempio in Piemonte coltivare l'ulivo sta diventando diffuso e redditizio).
La vite poi ha iniziato da parecchi anni un trasloco "naturale", spingendosi addirittura fino in Inghilterra, dove un tempo sarebbe stato impensabile coltivarla.

Non voglio cavalcare qui alcun allarmismo, nè schierarmi a difesa della terra, della tradizione o della storia, perchè tanto, se il processo di cambiamento del pianeta è già avviato non credo si possa fare molto, soprattutto se i governi delle grandi nazioni (quelle con i confini sempre uguali sulle mappe) si ostinano a non prendere alcuna decisone di fronte agli allarmanti studi scientifici e ambientali.
Alla fine, questo post è solo un breve viaggio nei miei ricordi di bambino.
Sto pensando anche se non convenga fare un piccolo investimento e acquistare terra in alcune lande oggi semi desertiche del nord Europa, nell'ottica di produrre un giorno -nemmeno molto lontano- l'olio extra vergine del Fiordo e il Brunello di Copenaghen.


7 ottobre 2011

MC GUALTIERO, FAST BUT CURIOUS

La notizia della collaborazione tra McDonald e Gualtiero Marchesi mi ha stupito parecchio.
Non capivo, compenso a parte, come poteva abbinarsi un guru elitario della cucina italiana e delle materie prime di alta qualità alla catena di fastfood maggiormente "di massa" al mondo.
Cioè, proprio colui che per esaltare al massimo lo zafferano non metteva brodo nel risotto giallo ma solo acqua bollente, avrebbe realizzato dei prodotti per chi non ha mai negato un pizzico di esaltatore di sapidità.
Mi è sembrato un controsenso e una piccola abiura del credo storico dello chef.

Ma siccome è sempre meglio assaggiare prima di parlare oggi sono andato da McDonald a provare le sue creazioni. Al momento è disponibile solo un panino, il "Vivace"; il secondo lo sostituirà tra 15 giorni.
Mentre il Tiramisù con panettone sarà nella McCarta fino alla fine della promozione abbinata a Marchesi.

Il panino non è male, diverso dai ricordi che ho dei "base" della catena (BigMac, McChicken, McFish), i semi di girasole sul pane sono tanti e croccanti, la salsina mista mayo e senape si sposa bene con gli spinaci e la cipolla, il bacon messo come base sul panino si sente solo nel finale lasciando un buon ricordo sapido. Purtroppo la nota troppo ordinaria è che la carne "sa" di Mc Donald e alla fine uniforma tutto il gusto del sandwich su quel registro salatoso saporoso.
Il dolce è buono per la categoria, forse un po' stucchevole, troppo dolce la crema, ma ammetto che non sono un gran "dolcista".
Mi hanno dato anche la tristissima mini-tovaglietta in acrilico, omaggio per chi sceglie le "ideazioni" di Marchesi.

18 settembre 2011

UOMINI VERTICALI (#1)



Piccola premessa.
Nelle osterie -anche in questa virtuale- non si parla solo di vino, cibo, musica, donne e trattori.
Mi piace pensare che anche quando saltan fuori questi argomenti, lo si faccia da un punto di vista poetico e romantico, nonostante siano due termini oggi abusati e sfruttati così tanto da arrivarci quasi svuotati del loro significato originale. In questa nicchia informatica, vorrei provare a rivalutarli e quantomeno a considerare anche questa visione sentimentale della vita.
Nelle osterie si parla anche di donne e uomini. Se ne parla con piacere e rispetto quando si tratta di persone di valore, mentre spesso si preferisce un silenzio serio invece di commentare nei dettagli quando l'essere umano offre il peggio.


Non sono assolutamente un patito dell'alpinismo, mi piace la montagna ma non riesco a ricevere quello stimolo alla sfida che anima molto spesso gli scalatori. Sarà che, dopo aver lasciato legamenti e menischi nello sport, in me l'istinto di conservazione prevale su quello agonistico, sarà perchè in cima magari ci posso arrivare anche con una stradina meno complicata, ma non mi frigge dentro il fuoco della competizione con la natura. Non c'entra sempre la pigrizia nell'essere contemplativi: davanti alle grandi montagne come al grande mare, spalanco gli occhi ma metaforicamente abbasso lo sguardo con timoroso rispetto; sono troppo più grandi di me e il loro infinito mi accende l'immaginazione e la voglia di conoscere le esperienze di altri uomini, diversi da me.

Pochi giorni fa è morto Walter Bonatti, 81 anni, tra gli alpinisti storici del nostro pianeta, padre di un alpinismo estremo nei mezzi e rispettoso nelle scelte, non furioso e spesso spettacolarizzato come fanno oggi alcuni sfidanti temerari con la telecamera.
Quando qualcuno muore si dicono e scrivono sempre le cose belle, ma in questo caso, leggendo un po' ovunque, ho avuto la sensazione che di cose brutte legate a Walter Bonatti fosse difficile scovarne nelle sue molte imprese, dense di pericolo e tragedia, come nel "caso K2" del 1954, oggetto di infinite discussioni e libri scritti negli anni (di Bonatti "K2 storia di un caso").
In questi giorni tutti i commentatori, i giornalisti e gli amici, hanno raccontato un uomo, spesso un vero sopravvissuto, un alpinista di grande equilibrio determinato, animato da una passione da adolescente anche in età avanzata.
Il rispetto verso la montagna, la voglia di essere solo con essa e la ricerca dei limiti nella sfida sono stati il faro ma anche la coscienza del suo ardire per salire più in alto.
Il commento più bello che ho letto è quello di Gianni Mura, oggi nella sua rubrica fissa nelle pagine dello sport di Repubblica (Sette giorni di cattivi pensieri, voto 10 con rispetto). Il giornalista racconta che il giorno prima della morte del famoso alpinista, è franata una parte del Dru (Aiuguilles du Dru), nome della parete ovest del Monte Bianco e luogo di una importante scalata compiuta proprio da Bonatti nel 1955.
La visione poetica e romantica di Mura vede la frana di questa parete come un inchino della montagna a Walter Bonatti.
Mi è piaciuto molto questo pensiero, una specie di onore delle armi in una "guerra" pacifica tra montagna e uomo, tra elementi della natura che hanno saputo convivere, rispettarsi e generare emozioni.


15 settembre 2011

IL SAPORE DELLE PAROLE BASE



"Ieri sera ho bevuto un vino toscano, buonissimo."
"Che vino era? Toscano di dove?"
"Ah non so, ma era toscano, buono, del resto la toscana..."

"Ieri sera ho mangiato un salmone, buonissimo."
"Che salmone era? Provenienza?"
"Non saprei, era salmone affumicato, buono, si sa il salmone..."

"Ieri sera ho mangiato un prosciutto crudo al coltello."
"Che prosciutto era? Di che zona?"
"Boh, era prosciutto, quello crudo, al coltello poi è buonissimo..."

Potrei andare avanti con altri esempi.
Perchè spesso ci si accontenta del sapore delle parole base senza andare a fondo, scoprire, curiosare un po' di più?
Non metto in dubbio che il vino, il salmone e il prosciutto non fossero buoni, anzi. Dando per assodato che fossero buonissimi, non informarsi sul nome, tipo e provenienza è di certo una piccola lacuna, ma anche un'occasione mancata.
Perchè è vero che le parole base ci danno una descrizione organolettica e quindi olfattiva e di gusto, ma non sono che il titolo, la superficie. Sono la base, appunto, ma poi c'è tutta la costruzione.
Temo che a volte alcuni prodotti diventino come dei brand e che il loro nome base sia sufficiente a garantirne la qualità. Cioè che dire vino toscano sia sufficiente, si sa com'è buono il vino toscano, così come mangiare salmone, che costa pure caro quindi è più buono.
Andando più nello specifico capita anche con le tipologie di vino. Del tipo: "ieri ho bevuto un brunello" "che brunello era? annata?" "boh, ma era brunello, (quindi) buono". Senza fare i fissati enomaniaci che di un vino conoscono ogni dettaglio, compreso il nome del grafico che ha creato l'etichetta.
Però informarsi con maggior profondità, permette anche di fissare meglio un sapore nella mente e potere successivamente fare il raffronto con altri prodotti uguali per nome base, ma differenti per provenienza o tipo di produzione. Vale per il vino, il formaggio, il prosciutto e tantissimo altro, quasi tutto.

Non servono molto tempo e memoria per approfondire la propria cultura enogastronomica e magari può diventare lo stimolo per far crescere una nuova passione.
Senza diventare maniaci di nulla, solo un po' più consapevoli.

6 settembre 2011

OSTE, VOLUME (#2)


C'è stato un temporale stasera.
Poi ha smesso e dalle nuvole gonfie, grigione e bianche, squarciava fuori un po' di azzurro, il tutto mentre nella parte bassa dello "schermo" il sole tramontava verso il Monte Rosa, con una tonalità arancione più densa del solito, meno pastello, forse che per uscire il sole si era dovuto battere duramente.
In tutto questo lento scorrere di immagini e tempo ho ascoltato questo disco, messo quando ancora stava piovendo e mi è sembrato perfetto. Perchè racchiude dentro di sè una malinconia grigia, atmosfere claustrofofiche da tregenda, odori di pioggia incessante, ma sotto scorza poi alla fine nella voce di Beth Gibbons sgomita anche una solarità sorridente, come uno squarcio di luce calda che fa stare bene.
Disco che ancora oggi sembra scritto nel futuro.
Piaciuto sempre molto.

31 agosto 2011

FERMENTANTE? CON JUICIO

C'è un produttore che amo molto.
Anzi, purtroppo c'era fino a pochi anni fa e anche se il figlio Francesco ha preso saldamente in mano il testimone, il carisma e l'alone di leggenda del padre restano ineguagliabili. Per i vini, il tempo saprà dire le differenze. Sto parlando di Edoardo Valentini, "papà" -oltre che di Francesco- del montepulciano d'Abruzzo e del trebbiano, ovvero due dei tre vini che produce, il primo un rosso e il secondo un bianco (il terzo è un rosato, il Cerasuolo, per me tra i più buoni e longevi d'Italia). Questo produttore rappresenta il vero artigiano del vino -tipo il vigneron di alcune zone francesi- e la sua azienda è sempre stata lontano dalle logiche di marketing, di scelte d'internazionalità e di moda. Già la scelta di fare solo tre vini "base", un rosso, un bianco e un rosato è particolare. In più va considerato il terroir, la zona dove vengono prodotti questi vini, che seppure dotata delle caratteristiche pedoclimatiche ideali per le idee del buon Edoardo, è situata in Abruzzo, a Loreto Aprutino, che non è certo Montalcino o Barolo.
Come capita spesso ai produttori "di culto" -e Valentini lo è- oltre agli appassionati di questi vini, c'è una discreta schiera di denigratori e ipercritici verso un prodotto che per loro ha uno stile "rustico", come se questa fosse solo e soprattutto un'accezioni negativa.
Dicono, i detrattori, che i vini di Valentini puzzano, che sono imprecisi, che una bottiglia su tot è da lavandinare, che non hanno identità e che a volte a causa di una vinificazione artigianale e per eccesso di carbonica, rifermentano in bottiglia. A me non è capitato ancora di trovare una bottiglia così tragicamente difettata; certo, qualche suo vino magari è riuscito meno bene, qualche annata è poco speciale e qualche bottiglia invecchia prematuramente, come ovviamente capita a tutti i vini; ma di puzze nette e fastidio dei sensi mai. Sarà stata fortuna.

L'altro ieri, per festeggiare la visita di un amico, vado nella "cantinetta del giorno" per compiere il rito che noi enomaniaci adoriamo, la scelta della bottiglia. Entrando sento però subito un odore di vino fuori dal normale, diverso da quel classico profumo meraviglioso che si trova nei luoghi piccoli e freschi dove stanno le bottiglie. Era proprio un profumo di vino come appena versato. Inizio a controllare le bottiglie, naturalmente partendo da quelle che stanno in basso, le più vecchie. E' stato allora che davanti al ripiano con alcuni vini di Valentini mi sono fermato di colpo aguzzando le narici, irrigidito. Fermo lo sguardo su una bottiglia di Montepulciano 1995, la prendo con delicatezza dalla posizione coricata e inizio ad esaminarla.
Il livello era appena sotto il collo, niente di grave, è un vino del '95 mi dico, forse cercando alibi.
La capsula sopra al tappo non era umida ma mettendo il naso proprio alla sua altezza, era evidente il sentore di vino che fuoriusciva proprio da quella bottiglia. Preoccupato decido di aprirla e penso subito con dispiacere di dover dar ragione statistica alle argomentazioni dei pochi critici verso questo produttore.
Il tappo è sano ed esce intatto, ma è praticamente tutto bagnato ed è indubbio che il vino fosse riuscito ad arrivare ormai quasi alla sommmità del sughero. Spinto dalla carbonica. Così decido di stappare e lo verso nel bicchierone: il colore non mostra stranezze ma non mi basta.
Nonostante con questo produttore sia consigliata un'apertura in grande anticipo per aerare il vino e quindi sia meglio attendere prima di assaggiarlo, vista la situazione particolare metto subito il naso dentro al bicchiere, paventando il peggio. Sento profumi di frutta scura, more, carne affumicata, niente difetti o ossidazione. Allora lo assaggio, più ottimista e rinfrancato dai profumi e anche qui trovo i connotati di un bel vino dalla presenza seria, diretta, ma elegante al tempo stesso, senza la senzazione di "frizzante" di cui si narra. Tiro un sospiro di sollievo e lascio la bottiglia a riposare per qualche ora, in attesa della cena. Dopo quattro ore al naso il vino era cambiato parecchio, mantenendo solo il sentore di more alle quali si erano aggiunte erbe aromatiche e balsamiche, timo e menta, poi un netto profumo d'incenso e una forte presenza di liquirizia. Per alcuni versi mi ha ricordato alcuni pinot noir di Cote de Nuits invecchiati e mi è venuto in mente il vecchie vigne di Ponsot.
Al contatto poi con il palato il vino scivola lasciando una sensazione di forza gentile, colonizzando col suo sapore ogni parte della bocca, pulito e arrotondato, i tannini sono ben integrati e "pungono" appena, la persistenza è lunga e riporta alla mente il profilo aromatico di frutto ed erbe balsamiche. Abbinato ad una nuova facile ricetta di spiedini d'agnello è stato perfetto.
Di proposito ho voluto conservare un bicchiere per il giorno successivo e alla prova era ancora vivo, solo in bocca aveva perso un po' di grip, ma non vi era ossidazione.
Insomma, poche parole ed elogi che il maestro Edoardo Valentini non ne ha mai avuto bisogno.
Un grande vino e un grande grazie a chi lo ha fatto.


26 agosto 2011

EI FORUM

Siccome immobile.
Sto parlando del Forum del Gambero Rosso, potete trovare anche qui nella colonnina a destra il suo link.
Solo che al momento, da quattro giorni almeno, è "Temporarily Unavailable". Questo dopo mesi di spam violento e selvaggio senza che un admin muovesse un dito. Probabilmente verrà riaperto, prima o poi.
Spiace vedere un marchio storico della cultura Slow (agli inizi Gambero Rosso era un tutt'uno con Slow Food) e un forum pieno di partecipazione e passione ridotto in questo modo.
Devo confessare che, oltre al forum, già da qualche anno a mio parere anche la rivista e persino il channel hanno dato segnali di scarsa innnovazione e fermento. Come se bastasse il logo col Gambero per far passare anche un genere di divulgazione più ordinaria. Di certo funziona ancora per fare raccolta pubblicitaria. Finchè va bene, tutto bene.
Per il Forum, è un peccato e una mancanza di sensibilità da parte dei gestori; personalmente su quel forum, oltre a partecipare con una "striscia" con lo stesso nome di questo blog, ho conosciuto molte persone belle, veri appassionati di vino e cibo, giornalisti, operatori del settore e produttori. La rivista non la compro da tempo, sbircio ogni tanto senza entusiasmo ma in passato su quelle pagine ho scoperto molti nomi di produttori e letto articoli interessanti.
Per cronaca, cronologicamente ricordo qualche anno fa l'abbandono con codazzo di polemiche da parte di uno dei fondatori, Stefano Bonilli e più recentemente l'addio di un altro co-fondatore, Daniele Cernilli.
Non penso assolutamente che siano state unicamente queste defezioni a far calare il valore culturale del Gambero, ma sicuramente non c'è stato ancora un vero ricambio e i nuovi responsabili, oltre a non avere un "volto" istituzionale e pubblico come quello dei due fondatori, probabilmente non hanno nemmeno la stessa passione per ciò che in fondo non è una loro creatura.
Peccato, le cose prima o poi finiscono, a volte in modo naturale, alcune volte persino gloriosamente.
In questo caso la temporanea "fine ingloriosa" del Forum è frutto di incapacità nel gestire una semplice piattaforma oltre che di spirito manageriale senza sentimenti, orientato solo ed esclusivamente al business.

2 agosto 2011

BIRRA AL POPOLO

Di birra ne ho parlato poco, anzi mai, faccio ammenda. La birretta estiva poi, cioè la chiara fresca alla spina o bevuta direttamente dalla bottiglietta ghiacciata insieme ad un amico, è un dono per corpo e anima, è quell'attimo dal tot giusto che non dura troppo o troppo poco.
E' la birretta insomma, un classico, una bevutina senza impegno, ma con ottimo risultato per lo spirito. Ci sono infinità di birre da scegliere, da quelle presenti in grande distribuzione fino alle più ardite alchimie artigianali. Molto curiose sono anche le etichette colorate e fantasiose. Come per il vino i gusti possono sfogarsi parecchio a cercare l'anima gemella.
Da qualche tempo ho iniziato ad apprezzare le birre artigianali, sedotto inizialmente dalle "trappiste" belghe, poi un fugace invaghimento per le weiss, le birre 'bianche' con frumento. Come per i vini, ogni tanto viene voglia di bere una birra speciale, da annusare e gustare in un lasso di tempo maggiore della birretta basic. Quest'anno, grazie ad un amico che ha curato la parte grafica e creativa delle etichette, ho scoperto un birra artigianale italiana davvero notevole. Anzi, non una birra, ma cinque.
Le produce il Birrificio Sant'Andrea di Vercelli e da quanto mi ha raccontato l'amico art director, i soci sono un gruppo di amici con molta passione che hanno avuto la fortuna di incontrare un mastro birraio di quelli bravi: Andrea Bertola. Le birre del BSA che ho bevuto -e che descrivo qui con termini impropri da bevitore di vino- sono la LEONE, una bionda speziata con un corpo non banale, impatto cremoso al palato con retrogusto amarognolo. Poi la GALLO, molto profumata, con arancia candita, qualcosa di affumicato, quasi esotica e molto complessa, intensa, davvero molto buona. Salendo di grado alcolico c'è poi la RiOt, 8,1° che nonostante la gradazione ha una bevibilità notevole. La mia preferita tra quelle provate è la HEY HO TO GO, che oltre a donare una percentuale per costruire pozzi in Togo, ha un equilibrio ed una struttura esemplari (e poi nel nome ricorda la frase all'inizio di Blitzgrieg bop dei grandissimi Ramones, "Hey ho let's go..."). Purtroppo non ho ancora assaggiato la FOG, la "bianca" del birrificio, anche se non è una weiss nel modo tradizionale, ma personalizzata appunto dal mastro birraio.
Fa realmente piacere vedere e soprattutto bere un prodotto buono sapendo che dietro c'è un progetto nato tra amici; tifando per i meno famosi che hanno talento, per me è stata una fortuna averci incocciato.
C'è anche il sito http://www.birrificiobsa.com