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7 aprile 2012

NOMEN O MAN?



Il gioco di parole del titolo per dire che non è il nome che fa il vino, ma l'uomo.
Vale per tutti i grandi nomi di ogni tipologia, dal Brunello al Barolo e scendendo nel dettaglio anche per i comuni di produzione.
Ad esempio c'è un comune in Borgogna che si chiama Vougeot e i vini prodotti in quel fazzoletto di terra si chiamano Clos Vougeot e sono pure dei Grand Cru, ovvero il massimo riconoscimento ufficiale che un pinot noir può ricevere.
Ebbene, nonostante il nome, il titolo di Grand Cru ed i prezzi elevati, capita poco spesso di berne uno di altissimo livello. Via, ce ne sono di buonini, anzicheno.
Va detto che il C.V. è tra i territori vitati più estesi della Cote d'Or ma pare che in pochi posseggano le parcelle qualitativamente più vocate e soprattutto pochi produttori hanno realizzato grandissimi vini.
Cito alla memoria il Domaine Renè Engel ormai "estinto" come purtroppo il suo ultimo discendente Philippe, ma oggi il miglior Clos Vougeot, per costanza e qualità, secondo me è il Vecchie Vigne di Chateau de La Tour.
Ho bevuto pochi giorni fa il 2002, non era la prima volta e spero non sarà l'ultima.
Ricordo che per definirlo un caro amico usò un paradosso mistico "Se il Clos Vougeot v.v. 2002 di Chateau de La Tour fosse un dio, io crederei in lui".
In effetti si tratta di un vino "religioso", non solo per la presenza all'olfatto di notevoli e piacevoli sentori d'incenso ma per la profondità gustativa che ti riduce al silenzio.
E' una bottiglia che non divide praticamente mai chi lo beve, perchè ha una serie di caratteristiche che soddisfano in modo trasversale.
Ha quello che ci dev'essere in un vino buono.
Dai profumi al palato è tutto un fiorire di emozioni e quando inizi a berlo non ti accorgi che in un amen (rieccola, la religione) la bottiglia è finita.

31 agosto 2011

FERMENTANTE? CON JUICIO

C'è un produttore che amo molto.
Anzi, purtroppo c'era fino a pochi anni fa e anche se il figlio Francesco ha preso saldamente in mano il testimone, il carisma e l'alone di leggenda del padre restano ineguagliabili. Per i vini, il tempo saprà dire le differenze. Sto parlando di Edoardo Valentini, "papà" -oltre che di Francesco- del montepulciano d'Abruzzo e del trebbiano, ovvero due dei tre vini che produce, il primo un rosso e il secondo un bianco (il terzo è un rosato, il Cerasuolo, per me tra i più buoni e longevi d'Italia). Questo produttore rappresenta il vero artigiano del vino -tipo il vigneron di alcune zone francesi- e la sua azienda è sempre stata lontano dalle logiche di marketing, di scelte d'internazionalità e di moda. Già la scelta di fare solo tre vini "base", un rosso, un bianco e un rosato è particolare. In più va considerato il terroir, la zona dove vengono prodotti questi vini, che seppure dotata delle caratteristiche pedoclimatiche ideali per le idee del buon Edoardo, è situata in Abruzzo, a Loreto Aprutino, che non è certo Montalcino o Barolo.
Come capita spesso ai produttori "di culto" -e Valentini lo è- oltre agli appassionati di questi vini, c'è una discreta schiera di denigratori e ipercritici verso un prodotto che per loro ha uno stile "rustico", come se questa fosse solo e soprattutto un'accezioni negativa.
Dicono, i detrattori, che i vini di Valentini puzzano, che sono imprecisi, che una bottiglia su tot è da lavandinare, che non hanno identità e che a volte a causa di una vinificazione artigianale e per eccesso di carbonica, rifermentano in bottiglia. A me non è capitato ancora di trovare una bottiglia così tragicamente difettata; certo, qualche suo vino magari è riuscito meno bene, qualche annata è poco speciale e qualche bottiglia invecchia prematuramente, come ovviamente capita a tutti i vini; ma di puzze nette e fastidio dei sensi mai. Sarà stata fortuna.

L'altro ieri, per festeggiare la visita di un amico, vado nella "cantinetta del giorno" per compiere il rito che noi enomaniaci adoriamo, la scelta della bottiglia. Entrando sento però subito un odore di vino fuori dal normale, diverso da quel classico profumo meraviglioso che si trova nei luoghi piccoli e freschi dove stanno le bottiglie. Era proprio un profumo di vino come appena versato. Inizio a controllare le bottiglie, naturalmente partendo da quelle che stanno in basso, le più vecchie. E' stato allora che davanti al ripiano con alcuni vini di Valentini mi sono fermato di colpo aguzzando le narici, irrigidito. Fermo lo sguardo su una bottiglia di Montepulciano 1995, la prendo con delicatezza dalla posizione coricata e inizio ad esaminarla.
Il livello era appena sotto il collo, niente di grave, è un vino del '95 mi dico, forse cercando alibi.
La capsula sopra al tappo non era umida ma mettendo il naso proprio alla sua altezza, era evidente il sentore di vino che fuoriusciva proprio da quella bottiglia. Preoccupato decido di aprirla e penso subito con dispiacere di dover dar ragione statistica alle argomentazioni dei pochi critici verso questo produttore.
Il tappo è sano ed esce intatto, ma è praticamente tutto bagnato ed è indubbio che il vino fosse riuscito ad arrivare ormai quasi alla sommmità del sughero. Spinto dalla carbonica. Così decido di stappare e lo verso nel bicchierone: il colore non mostra stranezze ma non mi basta.
Nonostante con questo produttore sia consigliata un'apertura in grande anticipo per aerare il vino e quindi sia meglio attendere prima di assaggiarlo, vista la situazione particolare metto subito il naso dentro al bicchiere, paventando il peggio. Sento profumi di frutta scura, more, carne affumicata, niente difetti o ossidazione. Allora lo assaggio, più ottimista e rinfrancato dai profumi e anche qui trovo i connotati di un bel vino dalla presenza seria, diretta, ma elegante al tempo stesso, senza la senzazione di "frizzante" di cui si narra. Tiro un sospiro di sollievo e lascio la bottiglia a riposare per qualche ora, in attesa della cena. Dopo quattro ore al naso il vino era cambiato parecchio, mantenendo solo il sentore di more alle quali si erano aggiunte erbe aromatiche e balsamiche, timo e menta, poi un netto profumo d'incenso e una forte presenza di liquirizia. Per alcuni versi mi ha ricordato alcuni pinot noir di Cote de Nuits invecchiati e mi è venuto in mente il vecchie vigne di Ponsot.
Al contatto poi con il palato il vino scivola lasciando una sensazione di forza gentile, colonizzando col suo sapore ogni parte della bocca, pulito e arrotondato, i tannini sono ben integrati e "pungono" appena, la persistenza è lunga e riporta alla mente il profilo aromatico di frutto ed erbe balsamiche. Abbinato ad una nuova facile ricetta di spiedini d'agnello è stato perfetto.
Di proposito ho voluto conservare un bicchiere per il giorno successivo e alla prova era ancora vivo, solo in bocca aveva perso un po' di grip, ma non vi era ossidazione.
Insomma, poche parole ed elogi che il maestro Edoardo Valentini non ne ha mai avuto bisogno.
Un grande vino e un grande grazie a chi lo ha fatto.


5 maggio 2011

LA PRIMA BOCCIA NON SI SCORDA MAI


Ci sono state varie "prime volte" nella mia storia enologica, tante quanti gli innamoramenti per le differenti zone e tipologie che scoprivo e che persino recentemente ogni tanto scopro. Ma se devo decidere l'inizio assoluto, questo è il ricordo.
Quando era con noi sulla terra, mio zio aveva un ristorante, che prima era stata l'osteria di suo padre, mio nonno. Ai tempi avevo 21 anni e lavoravo come dj, ma quella sera avevo scambiato il servizio con l'altro collega, perchè ero miracolosamente riuscito ad ottenere l'appuntamento agognato con una coetanea molto bella e ai tempi per me speciale. Prima di andare a prenderla, siccome con mio zio avevo un rapporto da fratello minore/fratello maggiore, decido di fare un salto al ristorante per salutarlo e per raccontargli orgogliosamente della serata che mi aspettava. Entro nel locale, mi vede e mi viene incontro da un tavolo di suoi amici con in mano un baloon di rosso e mi dice di assaggiare. Avevo già condiviso qualche bottiglia, soprattutto piemontese, con lui e gli adulti di casa.
Ma quella sera è stato il momento.
Fin da quando il naso si è avvicinato al bicchiere, ho sentito una scossa, il Vino era entrato in me. Ricordo di avere appena balbettato qualcosa sulla scoperta che stavano facendo i miei sensi. Non gli ho nemmeno accennato alla ragazza che mi attendeva.
Sono uscito dal ristorante in uno stato di euforia e confusione totale. Così, anche per buona parte della serata (un innocente giro in macchina, passeggiata sul lungolago, gelato), non mi riusciva proprio di staccare il pensiero dal vino bevuto, come una stregoneria, paradossale e assurda.
Dopo settimane di strategie e corteggiamento non sembrava importarmi molto di essere vicino a quella ragazza bellissima. Pian piano infatti lei iniziò a rendersi conto che ero distante e per magia i ruoli cambiarono ed iniziò velatamente a corteggiarmi, probabilmente sfidata dal mio essere sovrappensiero. A quel punto, per fortuna, il pensiero fisso del vino-pozione si allontanò un po' dalla mia testa e passammo un fine serata piacevole.
Ma credo che se mio zio non mi avesse fatto assaggiare quel Chateau Lafite 1961, la serata non sarebbe finita allo stesso modo e non avrei vissuto quella sera un primo grande amore, in entrambi i sensi.
Forse senza questo episodio non mi emozionerei, oggi e sempre, per un vino che esce dal banale per mischiarsi ai ricordi belli della vita.

16 gennaio 2011

LIQUIDREAMS #1

Piccoli sogni da ricordare.

E' estate, la luce del sole si specchia sull'asfalto che scorre come una sobria cucitura grigia in mezzo alle collline.
Ovunque ci guardano piene le ordinate miniere di legno vivo, sui cui rami grappoli di pepite hanno maturato quasi il massimo della loro doratura splendente. Ci lasciamo prendere dalla danza dei profumi giovani, i cui nervi desiderano frementi di ballare col nostro palato. La musica sale di intensità, il volume è alto, da festa.
Raggi di fiori, cesti di frutta, donne sorridenti, un panificio che sforna, quel collage di voci straniere con l'accento che fa venire fame di tutto. Sensazione di euforica ed effimera gioia.
Champagne di Paul Dethune.


Di colpo la luce si fa scura, siamo appena scesi in un giardino autunnale, le guance sentono il freddo intorno, l'aria che entra in noi sembra mischiata ad acqua e terra. Ci viene incontro un signore di pelle e capelli chiari, ma buio come un'ombra, non sorride, ci squadra. Chiediamo se ha voglia di raccontarci un po' della sua storia e allora lui rende semplice la leggenda versandoci da bere. Si racconta -e sembra proprio vero- che sappia imprigionare i frutti tenendoli vivi e freschi e di quanto sappia ipnotizzare per lunghi anni tutte le rose delle donne del paese. Quando ha finito, la sua voce ci è entrata nella mente per restarci per sempre, parole essenziali e dirette, accompagnate dai fermi gesti del suo corpo imponente.
Barbaresco di Bruno Giacosa.

2 dicembre 2010

LA NEVE E UN VINO

Quando di notte scende la neve, mi piace osservarla dalla finestra, luci spente e camino acceso.
Mentre guardo mi viene sempre voglia di un bicchiere di vino, non scelto a caso ma uno la cui uva o la cui pianta conosca la neve.
In molte zone vinicole italiane nevica, ma per me la neve si abbina ad un vino della langa piemontese.
I paesaggi di quelle colline sotto la neve sono vedute antiche, hanno la forza delle cose vere; non sono sempre da cartolina, a volte mostrano nebbia, foschia, colori sfumati in bianco nero. Si fanno vedere nel loro splendore interiore solo se le frequenti spesso, come con le persone quando prima si deve entrare in confidenza.

A parte le differenze di vitigni e blasone, quasi ogni vino di langa ha dentro la neve con i valori della pazienza, del silenzio dei vignaioli, del rispetto della natura.
Il vino che ho aperto è un semplice Nebbiolo 2007 della Cooperativa dei Produttori di Barbaresco, bottiglia da fascia media, meno di dieci euro per fare un viaggio, neanche tanto virtuale, in mezzo alle vigne di langa, con i profumi delle rose macerate, i piccoli frutti rossi che sanno di selvatico.
Quando il vino entra in bocca si sente la presa abbastanza vigorosa dei tannini sul palato, ma in pochi secondi e fatta l'abitudine, ecco un senso di freschezza, dato dall'acidità e dalla ancor giovane età del "succo", che ripropone il sapore dei fruttini di sottobosco odorati prima.
Un vino semplice, forse sobrio nella ricchezza dei profumi, ma serio e intimista, come molta gente che vive vicino a quelle vigne.

30 settembre 2007

AGNELLO E CABERNET


Il menu comprendeva salumi di apertura, poi tortino di risotto e costolette scottadito speziate e piccanti con piccolo pesto di menta e pinoli, Dopodichè un Gigot d’agneau (coscio d’agnello) al forno con patate cotte nel suo grasso. E formaggi a pasta molle francesi (brie e camembert di chevre). Insomma con la solita scusa dell’abbinamento, abbiamo aperto una sontuosa batteria di vini della Gironda, altresì definiti bordolesi.

Più che cabernet come nel titolo impreciso, ci siamo bevuti la formule, ovvero quella sapiente e secolare abilità nel "mescolare" vitigni diversi, anche opposti per caratteristiche ma complementari. Quindi cabernet sauvignon in grande prevalenza, in mix con merlot, cabernet franc e a volte anche con il petit verdot.
Pauillac e Pessac-Leognan le due denomination degnamente rappresentate nella degustazione, la prima la più nobile, geograficamente più settentrionale e nota proprio per vini austeri, “seri”, a grande percentuale di cabernet sauvignon. I Pessac-Lèognan invece meno classè di blasone e con una percentuale di merlot spesso più elevata, da qui la suadenza che li caratterizza. Le caratteristiche infatti sono venute fuori nette, precise, inflessibili.
Il classico profumo di frutto scuro, di affumicato, scatola di sigari (soprattutto i Pauillac), di sentori balsamici e speziati. Secondo me in un grande bordeaux si trova sempre l'assenza di inutili frivolezze e superfluità.
Fa poi un notevole effetto leggere gradazioni non superiori ai 13° per così tanta "materia". Oltre alla famosa capacità di invecchiare decenni e di dare il meglio di sé proprio con lungo invecchiamento in bottiglia.
E' difficile descrivere i profumi balsamici sfaccettati del Mouton - Rothschild '89, campione della giornata, senza rischiare un mera sfilza di descrittori, che quando vengono letti, sembrano un elenco. Mentre quando si rivelano al naso, si capisce che seguono un'invisibile "sintassi" e "grammatica" del vino. Se sono buoni, e questi lo erano tutti, a loro modo e livello, ci si trova in bocca la storia del vino, immutabile da secoli, ma mutevole nel bicchiere.
Chapeau, n'est pas?

Le prodezze della giornata per me sono stati il naso tridimensionale all'ennesima potenza del Mouton, con quell'interminabile profumo di menta candita e una bocca suadente e ancora "giovane" nel tannino.. Al secondo posto la piacevolezza assoluta sia di profumi che di bocca nell’Haut Brion, meno dinamico degli altri ma seducente e probabilmente più equilibrato di tutti, con un po' di intensità in più sarebbe stato il più buono....Poi il sigaro del Lafite, peccato per la bocca non dolce nella trama, come spesso mi è capitato, questo chiude amarognolo e poco espansivo, forse ancora indietro. A prescindere dalle annate (questo '94 era praticamente un cabernet in purezza), però ha una bevibilità alla goccia.

Un Latour in piccolo il Pichon Longueville Baron e bella sorpresa il Pape Clement, che non bevevo da una vita, classico, preciso, solo un pelo di animalità di troppo per il mio gusto.
Furoi dalla Gironda poi, finalmente, il primo Alceo, bordolese di Greve in Chianti, che mi è piaciuto e parecchio, dopo altre tre volte ('98 - '99) meno fortunate. Nessun timore di fronte ai suoi "ispiratori", lungo, pulito ed elegante. Molto buono.
Che meraviglia infine lo champagne Vecchie Vigne di Egly Ouriet che riesce ad accendere il palato anche alla fine di una bevuta come questa.
Oltre ad un Chatau Montrose 1982, purtroppo difettata, ecco la lista completa, con la media dei punteggi dati dagli altri presenti :


Champagne '02 Chauvet 85/100

Cabernet Sauvignon 1998 Mondavi – Napa Valley 80/100
Chateau Haut-Bailly 1995 – Graves 85/100
Chateau Pape Clément 1995 - Péssac-Leognan 91/100
Chateau Lafite- Rothschild 1994 - Pauillac 91/100

Chateau Haut-Brion 1994 - Péssac-Leognan 93/100
Chateau Mouton –Rotschild 1989 - Pauillac
95/100
Ch. Pichon-Longueville Baron 1998 - Pauillac
92/100
Vigna d'Alceo 1997 Castello dei Rampolla - Greve in Chianti 91/100

Champagne v.v. Les crayères Egly-Ouriet ) 91+/100


...the lamb lies down on...Bordeaux (Genesis)

25 settembre 2007

COMPLEANNO


Resoconto del pranzo di festeggiamento, durante il quale, tra amici appassionati (Antonio ha beccato tre rossi su 5, apperò...), tra varie e cibarie, piccoli futuri bevitori urlanti si è bevuto, dopo un paio di bolle autoctone, direi bene:

Bianco Riserva 1999 - Villa Bucci, bevuto spesso, ha indipendentemente dai bonus della grande annata, uno stile ed un'identità estremamente coerente. Questo forse solo un po' reticente al naso, pur minerale e sapido, aveva un'acidità molto equilibrata, classe più che materia. Tre bicchieri.

Puligny-Montrachet 2002 - Leflaive - Manuale dello chardonnay, primo capitolo. Un'amica mezza astemia ha detto "sa di torroncino". Bingo?

Reserva las Hormigas 1997 - Altos - lo pensavo di riscaldamento, giusto per accompagnare il racconti d'Argentina, invece un figurone. Si sente ancora un filo di legno, ma che bell'equilibrio tra acidità e morbidezza. Malbec in purezza. Due bicchieri pieni.

Brunello 2000 - Poggio di Sotto - annata minore? ma il godimento è sempre quello. Freschezza, frutto, terra e alcol in armonia esplosiva. Tutto perfetto in un pugno, tutto in un uomo. Grazie Palmucci per il piacere che ci dai da bere. Tre bicchieri, alla faccia dell'annata.

Barolo 1990 - Francesco Rinaldi - Quello che mi piace di un nebbiolo semplice. ed invecchiato Serio, netto, franco.

Clos de la Roche 1999 - Armand Rousseau questa volta questo gran cru mi è piaciuto. Finora per le poche annate provate, sia di Rousseau che di altri produttori, non mi aveva sconvolto. Questo anche se si sente che ha ancora davanti un gran numero di anni/potenziale è davvero buono. Non è esile, è equilibrato. Il fruttino, la lavanda non invadono mai, armonia. In bocca è giovane ma dal tannino setoso, grande freschezza e persistenza.

Barbaresco Gaiun Martinenga 1983 - Cisa Asinari, ancora vivo, nonostante il color granata, terziarizzato benissimo, con complessità e cannella, anche profumi di frutto sotto spirito. Ancora bella l'acidità, piacevole l'alcol e la persistenza. Ricordo un '80 ma soprattutto un 1982 buonissimo di questo storico cru che credo sia un monopole. Ho saputo che sta tornando ai grandi livelli, per me quello è il suo posto.

Dettori Romangia 2000 strano davvero. Il meno identificabile, profumi un po' troppo avanti per l'annata, leggera ossidazione. Mentre in bocca è esplosivo, grazie anche ai 16,5° di alcol, anche troppo, però è molto piacevole nella sua "naturalità" ma non pulitissimo. Finale interminabile. Da amarone. c'era anche un grandissimo Riesling Spatlese 1979 ma il nome non lo ricordo proprio, aveva un'aquila leggermente inquitante in etichetta e il colore era quello dell'oro antico.

Grazie a tutti gli amici per la bellissima giornata.

7 luglio 2007

SQUAMA CONTRO PIUMA

Mi piace che in una serata con tanti vini l’abbinamento con i cibi sia studiato per offrire la migliore somma di piacere. Sì può fare con vini (o birre) semplici, con vitigni particolari o con grandi bottiglie. Ogni tanto, senza snobismo, è bello bere in Champion’s League, che per certi vini e vitigni obbiettivamente è la Francia, anche se da nazionalista spiace dirlo.
Il titolo della serata è incompleto e un filo impreciso, l’ho scelto soprattutto perché “suona bene”. Tanto è vero che il pesce scelto non ha squame e c’era anche del “pelo” come aperitivo.
Procedo con ordine.
Il jamon de pata negra bellota, ovvero il famoso prosciutto spagnolo di maiale iberico (quello grigio-nero) come mi è stato detto da un amico molto esperto, insieme allo champagne genera il nirvana gustativo. Posso solo confermare aggiungendo che il rosè è forse più indicato, ma è un dettaglio.
Sulla tavola c’erano tre bollicine straordinarie. Come si legge ovunque in questo blog, sono uno strenuo bevitore di rossi, i bianchi pur bevendoli, non mi danno le stesse emozioni, nonostante assaggi anche di Alto Livello. Gusti.
Però, però, lo champagne -quello vero- è un mondo che mi affascina il palato e l’olfatto e come effetto fa star bene la testa. Un piacere classico, direi.
Qui però urge un piccolo distinguo che mi è stato spiegato, tra lo champagne di nome famoso che si trova in grande distribuzione o anche nelle enoteche. Le bottiglie più vendute in Italia spesso sono le meno rappresentative della qualità e bontà della tipologia "bollicine" francesi. Un primo punto da seguire nell’acquisto, se non si hanno nomi consigliati, è cercare sull’etichetta le lettere RM, recoltant manipulant, cioè non un’azienda che compra uve o vini da imbottigliare, ma una famiglia, un vigneron che coltivano le proprie, le imbottigliano e le vendono. E’ un principio da seguire, con le dovute eccezioni, probabilmente per tutti i tipi di vino. Nella champagne questa dicitura credo sia obbligatoria ed aiuta nella classificazione (e quindi nella scelta). Conviene comunque sempre avere qualche nome di riferimento, poi anche tra le grandi maison qualche vino speciale si trova, magari a caro prezzo, ma si trova. Ci sono altre variabili importanti nella scelta, il produttore, la zone, i vitigni utilizzati, se la bottiglia è una cuvèe oppure un “millesimo”, però mi sto dilungando e non essendo esperto, prima mi informo un po’ e poi cercherò di raccontare meglio la mia esperienza.

Per ora parlo di questi tre "mostri" di goduria bevuti l’altra sera. Tre champagne diversi tra loro, ma con una caratteristica comune, la classe, con tutto ciò che ne deriva. Il primo Le Nombre D'Or Brut 2000 - Aubry Fils è fragile, sospeso tra la finezza olfattiva floreale e una raffinata semplicità. Il secondo è quello che mi ha colpito maggiormente Brut D'Autrefois – Corbon, ha il tappo antico, quello con lo spago, senza capsula metallica, come si faceva una volta (il nome Autrefois del resto…). I profumi salini e equilibrati li ricorderò per molto tempo, almeno fino a quando ne berrò ancora, perché di sicuro lo cercherò, mi sono infatuato. E poi in bocca è armonico quasi alla perfezione, nessun difetto solo piacere e una discreta lunghezza. Infine l’ultimo, Clos De Goisses 1996, Philipponnat, monsieur buum buum, l’esplosione, il rock and roll, miriade di fruttini al naso, in bocca una infinita ricchezza elegante e sostenuta da acidità a baionetta. Solo molto giovane, anche se è un piacere sentirlo così pieno di vita ed energia. Per i bianchi da uve chardonnay l’abbinamento scelto, sempre molto consigliato, sono gli sgombri (senza squame, vabbè..) gratinati al forno con Aiolì al basilico o all’origano fresco.
Il primo è un Puligny Montrachet Le Cailleret 1999 del domaine De Montille, per chi ha visto il film Mondovino era quel signore semplice, sulla settantina, calvo col basco in testa, che raccontava il suo "fare il vino" nella sua vigna, con amore per la terra e la tradizione. In una parola, un simbolo. E’ famoso e più produttivo con i vini rossi, però questo è realmente un grande vino, indipendentemente. Non mi ha colpito, a parte la grande mineralità sia al naso che al palato il Corton Charlemagne 1999 - Bonneau du Martay, troppo chiuso nei profumi.
Molto elegante e fine invece il Puligny Montrachet Le Cailleret 2002 di Boyer Martenot . Quello che mi è piaciuto meno invece è il Pouilly Fuisse 1997 "le clos de Msr. Noly" - Domain Valette che secondo me sta iniziando il suo tramonto ed il naso lo rivela un filo ossidato. Bella e ricca la bocca.
Poi finalmente i rossi e le quaglie arrosto con pancetta timo e vol au vent di fois gras. Qui l’abbinamento è davvero perfetto, tutti i partecipanti lo hanno eletto e apprezzato, e confesso, visto che ero il cuoco, mi sono sentito gratificato, ogni tanto l’ego….
Devo però sgridare me stesso (e gli amici bianchisti presenti) perché sono arrivato abbastanza provato dai 7 precedenti campioni al mio colore di vino preferito. Comunque sono stato premiato per l'attesa. Il primo, senza farlo apposta (la serata era a degustazione cieca, bottiglie con stagnola e nessuno sapeva cosa portavano gli altri a parte il tipo di vitigno, è ancora un vino di Hubert ed Etienne De Montille, uno dei più rappresentativi di questo Domaine, il Pommard Les Rugiens 1996, il barolò di borgogna secondo me. Questo perchè la aoc Pommard è infatti generalmente considerata la più tannica, con vini più “duri” in giovane età, ma straordinariamente complessi da adulti. E questo era quasi pronto, ne ho un’altra bottiglia, fra un paio d’anni ne vedremo delle meraviglie. Perché già ora è una goduria. Come dicevo questo tipo di vino fonde le caratteristiche che preferisco nei vini di Borgogna e in quelli di langa, come una sintesi. E’ profumato, fruttoso, ma con un nerbo e un tannino maiuscolo ma dolce ed integrato. La nota che mi ha affascinato di più è stata la buccia d’arancia, deliziosa. La bocca ancora "dura", stratificata in complessità. Poi è arrivato sulla tavola un altro pinot noir “mito” il Clos de Lambrays 2001, Domaine de Lambrays ed il mito del monopole è ampiamente comprensibile. E’ la Borgogna rossa che fa innamorare chiunque alla prima snasata. Fragoline e lamponi, ma nobilitati da spezie e incenso, profondità olfattiva e persistenza memorabile. Appena arriva in bocca poi è setoso, rivitalizzante, potresti berlo dopo venti vini e apprezzarlo comunque, da berne a secchi, peccato ne ho solo un paio di bocce. Terzo anche nei miei gusti Corton Bressandes 2004 - Tollot Beaut appena poco sotto i primi due. Forse i profumi sono troppo caricati dalla giovane esuberanza. Di certo l’età lo penalizza in complessità e mutevolezza nelle ore, però è un bere estremamente sensuale e appagante. Se ci fosse stata una gentil signora lo avrebbe amato sicuramente, sensualità femminile. Infine, trasgredendo ai vitigni “imposti” per la serata con i formaggi stagionati, abbinamento classico con il Barolo Cannubi 1998 di Chiara Boschis, abbastanza tipico nei profumi, solo un po’ troppo maturi, forse a causa dell’annata, ma comunque piacevole e anche complesso con quella noticina di cipria e un discreto finale. Fine.
E’ stato lungo questo racconto, spero non vi siate ubriacati troppo, del resto capita raramente una serata a questo livello, purtroppo.
Grazie di cuore a tutti i partecipanti, peccato per Antonio, ma ne abbiamo di tappi da far saltare, aspettiamo che torni l’autunno per i vini rossi…

16 giugno 2007

UNA TRANQUILLA SERATA DI TERROIR

Prima di tutto un grazie agli ospiti e agli amici, sperando che i secondi aumentino...
Con il numero ideale di commensali (7 persone una per ogni bottiglia da 0,75) e con antipasto di croquetas de bacalao, croissant di gamberi, brodetto di scorfano con calamari e fette di pane abbrustolito (bruciacchiato..,), poi spaghetti alla chitarra con ragù di d’agnello e infine tagliere con quattro formaggi:


Bollinger RD 1988
Come fare l’amore in una pasticceria, strepitoso, assoluto. Una delle cose eccezionali della vita. Vino della serata. Se le bolle fossero tutte così altro che rossi…

Batard-Montrachet 1991 – Ramonet
Peccato, fortissimamente peccato. Naso andato, bocca che lascia solo intuire ciò che sarebbe, mai bevuto prima, purtroppo nemmeno ora. Intanto grazie a Luca per tutte le spiegazioni sul cru. N.C.

Anjou 2002 – Vignes Francais
Bellissimo colore ambra rosato chiaro, profumi davvero freschi, con un piacevole salmastro, bocca radiosa di frutto ma non molto voluminosa e persistente.

Echezeaux 2004 – Mugneret Gibourg
Gran colore, acceso, brillante. Un naso seducente di fragoline, forse una noticina di incenso, di sicuro erbe aromatiche. Mi vien da dire “forte estrazione aromatica”, perché spesso con questo grande cru, mi capita di trovare i profumi una riga sopra il mio gusto, come venissero tirati fuori. Non costruiti né caricatura ma solo troppo “dolci”. Al palato mi è piaciuto molto, anche se i tannini sono giovani, niente “verde”. Una bevibilità davvero grande e persistenza corrispondente e lunga.
Godurioso come sfrecciare su una decappottabile in primavera. Si sente che è un domaine al femminile, ed è un pregio.

Cornas Granits 60 2005 – Vincent Paris
Syrah, in tutto e per tutto. Colore, profumi, bocca, il corredo completo. Al naso è un'esplosione di pepe, carne, olive nere. Sicuramente giovane ma sicuramente un bel vino. Ci fosse stata una bisteccata alla griglia andava a nozze. Persistenza molto lunga.

Chateau Lynch Bages 1996
In una parola souplesse. Nello specifico un gran vino, il rosso della serata, sulla soglia dei 3 bicchieri e mezzo. Impossibile non finire la bottiglia. Un campionario di profumi caldi, tabacco, carne. Meravigliosa la sensazione di pienezza in bocca. Impeccabile, lo dico sempre, dovrebbe salire nella gerarchia dei cru bordolesi.

Ornellaia 1997
A me piacciono i vini di Bolgheri, mi piace l’animalità un po selvatica, i profumi di macchia, erbe e resina. Non è un vino estivo, ha molto corpo e ne risente la bevibilità (l’avanzino me lo faccio tra poco con uova e bacon). Anche agli altri è piaciuto, ma meno entusiasti.
E’ penalizzato dal bordolese vicino, meno pulito stilisticamente, però in bocca ha forse un volume superiore, non solo alcol, è materia, magari non perfettamente inserita in una silhouette ideale, ma mi piace pensare che sia un marchio, un tratto della personalità bolgherese. Peccato che le bottiglie di adesso non abbiano più la sigla M.L.A., lui lo faceva meglio di loro.

Barolo Brunate 1993 – Roberto Voerzio
Quando il manico frega l’annata. Che bel vino, il naso complesso e stratificato, cipria, cacao, rose secche. E la bocca ancora viva e appagante. Ci ho sentito un retrogusto di nocciola con cioccolato nero, ma forse ero già in tilt etilico.

Montesodi 1985 – Frescobaldi
Un vecchietto in forma smagliante. Ancora fresco e di bella beva. Peccato arrivi alla fine di tanti e siamo un po appagati. Ne è avanzato un po’ e stasera con due spaghetti al pomodoro…

Barolo riserva 1985 – Dosio
Peccato, più di là che di qua. Soprattutto al naso. Riprovato stamani ma proprio ossidato. A natale una bottiglia gemella mi aveva dato molto piacere.

In finale anche un buonissimo riesling auslese 1993 di Jos Christoffel, davvero un piacere e un Capitelli 1995 che al mio palato, ignorante in materia, sembrava un buon vinsanto.
A parte l’assenza di Montalcino e Duero i terroir storici sono stati ben visitati…

30 aprile 2007

RIMEMBRANZE ROSSE

Visto che il caldo nei prossimi mesi mi limiterà nel bere rosso, metto la mia personale lista con note, dei più buoni vini rossi bevuti negli ultimi due mesi. Non mi interessano i punteggi generalmente. Perlomeno mi interessano solo quando partono dai 90 punti in su, allora compilo una scheda, per vedere "quanto viene". Sempre senza dare ai punti troppa importanza, anche perchè sono sicuro che quello stesso vino tra due anni potrebbe essere più o meno buono. Metto prima gli stranieri per ospitalità.

Ci sono un po’ di Borgogna, complice un giretto programmato da quelle parti e un amore personale particolare.

Bonnes-Mares 1988 - Comte de Voguè
Il vino che rende mistici, la mia seconda volta.
Diciannove anni senza una ruga, solo un accenno di espressione matura. Sono passate al momento 7 ore dall'apertura e non ha ancora intenzione di calare. Sembra volersi pavoneggiare, sfoggiando tutto il campionario.
Il colore arancio granata prende tinta con il passare delle ore, i descrittori sono infiniti, lampone, caffè, cacao, tartufo, terra, spezie, fiori secchi, persino prugna. Alcool meraviglioso, lascia lacrime cremose in slow motion sulle pareti del bicchiere. Palato in preda per infiniti minuti della sua persistenza, si espande come tridimensionale. Nessun difetto, nessun pelo nell'uovo. Incredibile piacere.

Clos de Vougeot 2001 - Engel
Conquista in ogni sua componente, colore rubino brillante vivo, i profumi ora fruttati ora speziati subito disponibili, tutti lì, pronti a cambiare posto ad un ordine dell'olfatto, come una palette da cui scegliere. In bocca è una sfera perfetta, freschezza, solo un pelo di legno, percepito all'inizio anche al naso, cmq molto integrato e integrabile. Da quel che ho bevuto, capito, letto e sentito credo sia proprio annata longeva. E' la terza volta che lo bevo (1999, 2002), in una parola, seducente.

Griotte-Chambertin 1999 - Renè Leclerc
dal GC più piccino, piccola chicca, un bel pinot noir, profumi di lamponi, poco balsamico e arancia sanguinella favolosa. Il commento corale dei commensali è stato "non puoi dire niente, ogni cosa è al suo posto", forse solo poco profondo ma in bocca si irradiava davvero carezzevole, ampio, dolce, pieno di frutto, tanta corrispondenza pulizia olfatto/gusto. E durerà ancora. Il GC di Griotte-Chambertin difficilmente delude nelle grandi annate. Pure pinot noir finesse.

Hermitage 1996 – J.Chave
Il syrah qui è davvero al suo massimo. E’ complesso, elegante, dalla beva estrema.
I profumi classici del vitigno, pepe, prugna, spezie, erbe officinali, un tocco balsamico e un sentore di olive nere. Una bomba silenziosa di aromi. Poi quando entra in bocca è vellutato, pieno, esotico anche. Il giorno dopo l'avanzino nella bottiglia era ancora cambiato, più austero.
Davvero grande.

Volnay 1er cru Les champans – Hubert de Montille
Un altro archetipo di un vino dopo l’hermitage di Chave, voilà le Volnay.
Questo poi ha l’età quasi giusta (invecchierà ancora benissimo) per dare le giuste impressioni.
Innanzitutto ti fa venir voglia di berne a magnum…poi è preciso, fragoline, fruttini, tante spezie, balsamicamente sapido. Berlo come detto è pura gioia, è il vino facile da bere, diretto, senza pailettes, solo grandi uve pinot noir.

Pesquera Reserva 1995
Ribera del Duero alla "st.emilion", setoso con il profumo del cioccolato. Rotondo, pieno, un palato davvero completamente abbracciato in modo caldo. Invecchia anche bene avevo temuto con il tappo rotto...Qui però sono parziale, per me è un vino del cuore. Un gran vino.

Cornas 2000 V.V. Tardieu Lorent
un naso ammaliante, olive nere pestate, spezie, animalesco ma molto molto elegante, il sapore era davvero corrispondente, salato e oleoso. Come spesso capita con i syrah del Rodano, da mettere in cantina, secondo me tra qualche annetto sarà ancora meglio.

E ora gli italiani:

Brunello di Montalcino 1999 riserva – Poggio di Sotto
E’ il Brunello che negli ultimi anni preferisco a tutti. Ha una freschezza sia nei profumi che nei sapori che fa pensare a quanto premio si riceva a lavorare seriamente e naturalmente come Palmucci. La nota più ammaliante del ris.’99 per me è stata la bocca totalmente sedotta dalla semplice ma grandiosa struttura del vino e dal frutto vibrante. Assenza totale di amaro, amarognolo, niente vaniglia e tostature. Chissà che botti usa, vero?

Brunello di Montalcino ris 1979 – Case Basse Soldera
Brunelllo di Montalcino 1985 – Case Basse Soldera
Bevuti ad una degustazione ben spesa. Ho chiesto subito di pagare il doppio ma di ricevere un vero bicchiere per tipo. Il primo è sul viale del ricordo, ricordo appunto della meraviglia che dev’esser stato giovane. Il naso richiama l’amarena sotto spirito ma è in bocca che ancora incredibile si sente il frutto, la freschezza. Avrei voluto berlo 5 anni fa…
Il secondo è un capolavoro assoluto. Profumi avvolgenti, sensuali, animali, balsamici. Uno sballo dei sensi. Il palato sospira ancor ora ripensando alla materia che lo ha foderato. Ho bevuto più volte i vini di Gianfranco Soldera e la parola che mi viene in mente è materia. Tanta in questo vino. Mirabolante.

Sassicaia 1995 – Tenuta San Guido
Tra le annate del Sassi che preferisco. Elegante, fine, annata poco concentrata, ma tanta classe e facilità di beva estrema.
I profumi pulitissimi, croccanti e balsamici, sapidità. Una bocca emozionante per freschezza, frutto, rotondità e assenza di amaro. Solo 12° di alcool ma di grandissima presenza anche in persistenza e poi i tannini di velluto. Un grandissimo vino sferico.

Brunello di Montalcino 1999 – Le Macioche
Una piccola realtà nella zona vicino a Poggio di Sotto, direi versante sud. Un brunello esemplare per classcità e grande beva. E' un filo semplice nei profumi, comunque ben delineati e senza odori troppo rustici. In bocca è davvero piacevole, con tannini davvero ben integrati e dolci. Il finale non è lunghissimo però riprende con precisione i profumi e i sapori, anche nel retrogusto. Buono buono.



24 marzo 2007

SYRAH - TA


Grandi vini e grande serata, anche se personalmente forse ho capito che la syrah non è tra i miei vitigni preferiti. Preferisco maggior finezza, acidità più fresca, profumi meno speziati e “corposi”. Gusti. Si parla comunque di un grande, sul quale ci sono ipotesi curiose nelle interpretazioni sull'origine geografica in base al nome (Siria? Siracusa? Shiraz?).
Personalmente, per parecchie decine di esperienze, trovo che nelle grandi interpretazioni, sia un vitigno di grandissima beva, anche sensuale.

Menu pasta cacio e pepe, goulash scomponibile e formaggi francesi.


Serata tra amici, no-pro, tre enoappassionati, un oste.
Il preferito, per me, Pavillion ’89 di Chapoutier, un grand vin che per un momento mi fa amare la syrah perdutamente: i profumi erano tantissimi, esplosivi mai troppo ridondanti e con una bocca e bevibilità eccezionale. Poi la meraviglia dell'Hermitage 1996 di Chave con pasta di olive ed erbe officinali in primo piano e un finale in loop infinito, mutevole e in progressione per tutta la serata.

Segue un solo discreto Sole dei Padri 2002 della siciliana Spadafora, dai profumi intensi, però giovanissimo in bocca, in certi istanti imbizzarrito al palato. A sorpresa buonino l'australiano Shiraz 1997 Wynns pur corto in persistenza e per me, banalotto nel gusto. Sempliciotto nei profumi l’Harys 2000, dell'azienda piemontese Gillardi. Chiusissimo (anche se a fine serata leggeremente meglio) e un po’ semplice il toscano Bosco, Tenimenti D'alessandro, addirittura muffe e polveroso al primo impatto olfattivo. Probabile bottiglia sfortunata, le due volte precedenti mi era piaciuto questo syrah toscanizzato..
Mezza delusione LaSizeranne 1990,sempre di Chapoutier con strani odori medicinali e gusto corto, acidità inesistente, forse l’età…


29 gennaio 2007

AMICI E BOURGOGNE

Soirée grand cru, quattro amici collaudati, un enomaniaco, due enoappassionati e un oste.
Note di Van Morrison, Dado Moroni, John Zorn, Micah P. Hinson, Sly and the family Stone

Menu: crema di burrata di Andria con sopra tartare di astice e gamberi di Oneglia marinati in olio gardesano - crostini con ragù di piccione e tartufo nero - poulet de Bresse cotto in coccio sulle braci del camino e patate nella cenere - insalata di crauti saltati con scalogno, guanciale e fagioli azuki rossi – forma di reblochon de lait cru e bouchette di chevre stagionato - chiacchere di carneval.

Vini :Champagne Blanc de noir, Grand cru Paul Dethune. Piaciuto, ma con le bolle io...
Clos de Vougeot 1990, Pierre Ponnelle, naso chiuso, affumicato, il frutto sotto, mentre in bocca vivissima acidità, finale con tracce di sotto spirito, un vino caldo. Quasi austero.
Clos de Vougeot 2001, Rene Engel, leggero sentore di legno, liquirizia e fragoline. Irruenza giovanile, stupende sensazioni appena entra in bocca, frutta pura, beva estrema. Quando alla fine abbiamo fatto le note abbiamo dovuto sforzare il ricordo perché prosciugato. Sensuale.
Echezeaux 1999, Caveau des Fleurières, il colore della serata carico, brillante; naso tuffato nei lamponi, sinuoso e pulitissimo. Quando sta per arrivare nella bocca si sente il lampone in dissolvenza mentre sulla lingua crescono ribes, fragoline e nel finale ancora lampone. Un susseguirsi di sapori piacevoli, piaciosi ma non finti. Astonishing.
Schweizer 2001, Franz Haas, profumi bellissimi, da Borgogna, con leggero pizzico balsamico, sapore dolce, piacevole, rotondo, molto ben “disegnato”. Il limite è che dopo tre ore i cugini resistevano, mentre lo Schweizer aveva dato il meglio, un Mennea contro i Bikila. Ribevuto oggi però ancora molto buono, ieri ha pagato il confronto.
E siccome con i formaggi il pinot noir era finito e l’atmosfera enoica molto carica, per sentire qualcosa di diverso ho aperto un Barolo Pajana 1997 di Clerico, profumi maturi mora, liquirizia e affumicato, bell’acidità, ancora giovane nei tannini ma pur non essendo un barolo tradizionale, ha giocato da nebbiolo.

Oggi acqua a volontà.