24 marzo 2007

SYRAH - TA


Grandi vini e grande serata, anche se personalmente forse ho capito che la syrah non è tra i miei vitigni preferiti. Preferisco maggior finezza, acidità più fresca, profumi meno speziati e “corposi”. Gusti. Si parla comunque di un grande, sul quale ci sono ipotesi curiose nelle interpretazioni sull'origine geografica in base al nome (Siria? Siracusa? Shiraz?).
Personalmente, per parecchie decine di esperienze, trovo che nelle grandi interpretazioni, sia un vitigno di grandissima beva, anche sensuale.

Menu pasta cacio e pepe, goulash scomponibile e formaggi francesi.


Serata tra amici, no-pro, tre enoappassionati, un oste.
Il preferito, per me, Pavillion ’89 di Chapoutier, un grand vin che per un momento mi fa amare la syrah perdutamente: i profumi erano tantissimi, esplosivi mai troppo ridondanti e con una bocca e bevibilità eccezionale. Poi la meraviglia dell'Hermitage 1996 di Chave con pasta di olive ed erbe officinali in primo piano e un finale in loop infinito, mutevole e in progressione per tutta la serata.

Segue un solo discreto Sole dei Padri 2002 della siciliana Spadafora, dai profumi intensi, però giovanissimo in bocca, in certi istanti imbizzarrito al palato. A sorpresa buonino l'australiano Shiraz 1997 Wynns pur corto in persistenza e per me, banalotto nel gusto. Sempliciotto nei profumi l’Harys 2000, dell'azienda piemontese Gillardi. Chiusissimo (anche se a fine serata leggeremente meglio) e un po’ semplice il toscano Bosco, Tenimenti D'alessandro, addirittura muffe e polveroso al primo impatto olfattivo. Probabile bottiglia sfortunata, le due volte precedenti mi era piaciuto questo syrah toscanizzato..
Mezza delusione LaSizeranne 1990,sempre di Chapoutier con strani odori medicinali e gusto corto, acidità inesistente, forse l’età…


22 marzo 2007

PARLA COME BEVI

La critica e l’espressione di opinioni educate dovrebbero essere libertà naturali di un essere umano. A maggior ragione, vista purtroppo l’attuale scala di valori societaria, se l’essere umano è consumatore, e quindi acquirente, i suoi diritti potrebbero aumentare per diritto consumistico.
Quando mangiamo una pizza, un salame o una semplice bistecca abbiamo detto almeno una volta, in tutta tranquillità, mi piace o non mi piace.
E questo giudizio lo si è dato d’acchito, d’istinto, senza paura di essere ripresi per permettersi un semplice parere. Si capisce dove vado a parare.
Spesso noto nel giudicare un vino da non esperti, cioè i degustatori non certificati, una specie di timore. Lo noto nei forum, nei blog ma anche tra tavolate di amici. D’accordo, c’è un nuovo e più recente rispetto davanti a un vino più o meno importante e ciò mi rende felice. E’ riconoscimento della cultura della vigna, secondo me.
Ma ho invece la sensazione poco piacevole che certo patinoso eno-mass mediatismo degli ultimi anni, abbia creato un solco elitario tra i normali amanti del vino e gli esperti, generando una sorta di riverenza anzichè rispetto.
Un muro culturale probabilmente dovuto anche alla prosopopeica e incomprensibile difficoltà del linguaggio tecnico di tanti (non tutti beninteso) divulgatori del vino. Non mi sembrano granchè utili alla conoscenza di questo mondo, i soloni che tra le righe ammoniscono il profano dall’osare commenti.
Quell’indifferenza saccente che ostentano, a meno che si conoscano le botti usate, le rese in vigna, il numero di rimontaggi, i giorni di contatto delle bucce, il nome del cane e il piatto preferito del viticoltore in questione.
Non penso che per dire se una bistecca è buona si debba andare ad assaggiare il foraggio, respirare la stessa aria, essere esperti di chirurgia animale e saper mungere la vacca che ci darà la succosa fiorentina.
Attenzione, non intendo far battute e generalizzare colpevolezze.
Cito subito per esempio due grandi scrittori, tra tutti quelli che mi hanno saputo avvicinare ad una bottiglia con le proprie parole : Gino Veronelli e Mario Soldati.
Poi anche nei forum e blog (Porthos, Gambero Rosso, Winereport, Lavinium…) se ne leggono tantissimi altri, sommeliers e non, appassionati e altruisti nella condivisione del loro “sapere”.
Sono assolutamente convinto che chiunque possa dare di un vino un parere personale (e singolarmente autorevole), magari semplicemente definendo il tipo di profumi evocati o il sapore in bocca. Una delle più azzeccate e sintetiche tra queste “note del Dilettante” l’ho sentita da Mario, amico enorme, nonché fresco papà e bassista, quando disse del Sassicaia ’98, “è una nuvola di vino in bocca”. Per me, la definizione perfetta della sensazione data da quel vino, in quell'annata Per informazione Mario non scrive sui forum, è ingegnere, ama il vino senza troppe “menate”, mai fatto corsi di degustazione. Eppure…
E’ chiaro che se invece si vuol dare un parere professionale su una determinata annata di quello specifico vino e del vitigno usato, addentrandosi in definizioni precise, si deve quantomeno avere un’esperienza diretta di decine di bottiglie bevute. Anche senza possedere titoli ufficiali, chi vuole dire qualcosa di più di “urca che buono” deve saper dare alla degustazione un taglio non serioso ma attento e consapevole, usando le proprie parole, non la pomposità di terminologie sentite in giro. A maggior ragione, se si desidera scendere nel giudizio specifico, si deve conoscere il vitigno, i sistemi produttivi, la geografia e la storia che danno vita a quel vino.
Ascoltando e imparando da chi sa di più, sperando che costui o costei non siano troppo intraducibili ad orecchie comuni. Altrimenti si che si può diventare come la macchietta che Antonio
Albanese ha superbamente creato. (per chi non l’avesse vista, mi riferisco all’imitazione del sommelier che dopo un balletto con il bicchiere e lunghi secondi di esasperati gesti rituali, finalmente alzando il bicchiere in controluce dice: “è rosso!").

20 febbraio 2007

LE PAROLE SUL VINO parte 1


Ho ricercato, chiesto in giro per trovare frasi sul vini, detti popolari, storici, altri poetici, qualcuno semplicemente divertente.
Le metto così, con la provenienza scritta a fianco, veloci veloci come tanti piccoli sorsi dal bicchiere. Ne aggiungerò altre in futuro, cominciamo da queste. Come giusto posto d'onore a Veronelli.

Il vino è il canto della terra verso il cielo - Luigi "Gino" Veronelli

A pompei, su un muro delle terme, un anonimo scrisse:"Le donne, il vino e le terme distruggono i nostri corpi e le nostre menti, ma rendono la vita degna di essere vissuta".

Acino d'uva scuro capezzolo della terra da dove sgorga nettare d'inebriante vita. (anonimo)

" Nel 1983 chiesi al giornalista Sheldon Wasserman di non pubblicare il punteggio dei miei vini. Così fece, ma non solo, sul libro Italian Nobile Wines scrisse che chiedevo di non far parte di classifiche ove il confronto, dagli ignavi reso dogma, è disaggregante termine numerico e non condivisa umana fatica. Non ho cambiato idea, interesso una fascia ristretta di amici-clienti, sono una piccola azienda agricola da 20 mila bottiglie l'anno, credo nella libera informazione, positiva o negativa essa sia. Penso alle mie colline come una plaga anarchica, senza inquisitori o opposte fazioni, interiormente ricca se stimolata da severi e attenti critici; lotto per un collettivo in grado d'esprimere ancor oggi solidarietà contadina a chi, da Madre Natura, non è stato premiato. E' un sogno? Permettetemelo". (Teobaldo Cappellano)

"Sempre pronto a una nuova idea e ad un vino antico" - (Bertold Brecht)

il Clos-Vougeot Vieilles Vignes 02 di Chateau de la Tour è un vino nel quale, se fosse un Dio, io crederei (Aramis, dal forum Gamberorosso)

"non mi sento molto bene... deve essere rimasto un po di sangue nella mia circolazione alcolica..." (Superciuk da Alan Ford)

Lascia pure all'erede ogni riposto avere, ma il vin della cantina, tu te lo devi bere! (anonimo)

NO BARRIQUE NO BERLUSCONI (Bartolo Mascarello)

"A chi no ghe piase el vin, che'l Signor che toga anca l'aqua" (anonimo veneto)

19 febbraio 2007

L'UCCELLONE


Oggi con lasagne fondenti di fontina e verdure ho aperto un ’97, colore ancora acceso, unghia granata, profumi di more, viola, affumicato e in bocca pieno, rotondo, soddisfacente in un’ ottima beva.
Bevo spesso il Bricco dell’Uccellone, lo bevo da sempre ed è per me un vino del cuore. E' prodotto dall’azienda Braida, di Rocchetta Tanaro ed esce dall’annata 1982. Un vino nato da un'idea e un sogno di Giacomo Bologna (soprannominato Braida, il nome della sua azienda, per la sua passione per un gioco di palla piemontese), ovvero fare dell’allora "plebea" uva barbera, un grande vino, passato in barriques nobili come si fa con i grandi vitigni internazionali. E soprattutto avere basse rese in vigna per concentrare il frutto al massimo, in un vino pieno, corposo, arrivando spesso ai 14° di alcool. Il curioso nome di questo vino deriva dal fatto che sulla collina della vigna vi era una casa abitata da una donna vestita sempre di scuro e soprannominata l’uselun.
La vendemmia solitamente è a fine settembre, primi di ottobre e la resa media per ha è di 65 q.li pari a ca. 44,5 ettolitri.Vinificazione: la macerazione a contatto con le bucce dura 22 giorni, con attenti rimontaggi. Il vino viene affinato in barrique nuove e vecchie in alternanza ed in base anche all'annata, poi prima della vendita sosta circa un anno in bottiglia.
Non sarò mai imparziale quando si parla di questa super barbera d’asti.
Forse perché quando ero un ragazzo ai primi bicchieri, il Bologna veniva nel ristorante di mio zio, portando le sue bottiglie. Ed una volta aperte il mio naso inesperto veniva sedotto ed invaso dai profumi di frutto rosso, di viola, spezie.
Ricordo che lo zio, sostenitore dei grandi bordeaux, arrivava al tavolo col sorrisetto furbo e una boccia di Chateau in mano, il Lafite come preferito, ma anche Latour e Margaux. Il signor Giacomo (io pensavo che bologna fosse un soprannome per via della sua mole e forse perché lo associavo al calorico salume), rideva e una volta disse : "...grandi profumi i vini francesi, anche meglio dei dopobarba". Negli anni ho letto molto di lui, purtroppo scomparso prematuramente nel 1990, curiosamente nello stesso anno di mio zio; ho scoperto era un personaggio così, provocatore positivo, esagerato, straripante ma estremamente creativo. Non era certo un vero e proprio contadino, era un uomo con un senso innato e avanguardista nel marketing e un gusto per il Piacere molto marcato e soprattutto con grandi idee sulla barbera.
Per ricordarlo con le sue parole, su una edizione natalizia di un suo vino (il Bacialè) vi è scritta una sua massima: “Costruitevi una cantina ampia, spaziosa, ben aereata e rallegratela di tante belle bottiglie, queste ritte, quelle coricate, a considerare con un occhio amico nelle sere di primavera, estate, autunno e inverno, sogghignando al pensiero di quell’uomo senza canti e senza suoni, senza donne e senza vino, che dovrebbe vivere una decina d’anni più di voi”.

E' un vino da abbinare ai classici piatti di carne e di territorio oltre che con formaggi
ANNATE PROVATE : 1982 xxxxx 1988 xxx% 1990 xxxx 1994 xxx 1995 xxx 1996 xxx 1997 xxxx 1998 xxxx% 1999 xxx% 2000 xx 2001 xxxx 2003 xxx

29 gennaio 2007

AMICI E BOURGOGNE

Soirée grand cru, quattro amici collaudati, un enomaniaco, due enoappassionati e un oste.
Note di Van Morrison, Dado Moroni, John Zorn, Micah P. Hinson, Sly and the family Stone

Menu: crema di burrata di Andria con sopra tartare di astice e gamberi di Oneglia marinati in olio gardesano - crostini con ragù di piccione e tartufo nero - poulet de Bresse cotto in coccio sulle braci del camino e patate nella cenere - insalata di crauti saltati con scalogno, guanciale e fagioli azuki rossi – forma di reblochon de lait cru e bouchette di chevre stagionato - chiacchere di carneval.

Vini :Champagne Blanc de noir, Grand cru Paul Dethune. Piaciuto, ma con le bolle io...
Clos de Vougeot 1990, Pierre Ponnelle, naso chiuso, affumicato, il frutto sotto, mentre in bocca vivissima acidità, finale con tracce di sotto spirito, un vino caldo. Quasi austero.
Clos de Vougeot 2001, Rene Engel, leggero sentore di legno, liquirizia e fragoline. Irruenza giovanile, stupende sensazioni appena entra in bocca, frutta pura, beva estrema. Quando alla fine abbiamo fatto le note abbiamo dovuto sforzare il ricordo perché prosciugato. Sensuale.
Echezeaux 1999, Caveau des Fleurières, il colore della serata carico, brillante; naso tuffato nei lamponi, sinuoso e pulitissimo. Quando sta per arrivare nella bocca si sente il lampone in dissolvenza mentre sulla lingua crescono ribes, fragoline e nel finale ancora lampone. Un susseguirsi di sapori piacevoli, piaciosi ma non finti. Astonishing.
Schweizer 2001, Franz Haas, profumi bellissimi, da Borgogna, con leggero pizzico balsamico, sapore dolce, piacevole, rotondo, molto ben “disegnato”. Il limite è che dopo tre ore i cugini resistevano, mentre lo Schweizer aveva dato il meglio, un Mennea contro i Bikila. Ribevuto oggi però ancora molto buono, ieri ha pagato il confronto.
E siccome con i formaggi il pinot noir era finito e l’atmosfera enoica molto carica, per sentire qualcosa di diverso ho aperto un Barolo Pajana 1997 di Clerico, profumi maturi mora, liquirizia e affumicato, bell’acidità, ancora giovane nei tannini ma pur non essendo un barolo tradizionale, ha giocato da nebbiolo.

Oggi acqua a volontà.

14 gennaio 2007

ANDATA DUEMILASEI


Allora il 2006 è finito e avrei voluto ricordare qui le bottiglie bevute.
Non che una mia classifica abbia un senso, non ho bevuto tutti i vini per poterne stilare una che sia attendibile.
Potrei mettere i miei personali oscar, nel bene e nel male.
Ma se guardo un po più in profondità, quello che l’anno trascorso mi ha lasciato sono più sensazioni della mente che di olfatto o gusto.
Il pensiero lo rivolgo al clima, a questa terra che sembra sbuffi per il caldo dell’atmosfera in realtà lo fa per la noia dell’essere umano che la martoria. Immaginate la terra, come un’unità pensante superiore, probabilmente una divinità. La terra, volendo, può salvarsi da sola, in realtà sta pensando cosa fare con l’uomo, se sperare ancora di vederci rinsavire.
Ma temo possa anche considerare la possibilità di liberarsi di noi, tenendosi magari quelli che chiamiamo gli animali.

Tornando alla realtà (?), mi domando come sarà il futuro del vino se i cambiamenti climatici dovessero sconvolgere gli attuali paramentri geografici della vite.
Immaginiamo temperature superiori di molto al 2003 (i cui vini sono spesso “cotti”, nati da uve stramaturate dal caldo, li proveremo i barolo, i brunelli). Come saranno i vini di Bolgheri, già molte volte muscolosi e concentrati di alcool? Anche i microclimi più speciali, le zone dai terroir più pregiati, potrebbero avere consistenti cambiamenti, anche di temperatura della terra, non solo dell’aria. Non sono un geologo ma usando la geo-logica...(...non tu Geo)

Allora mi viene in mente un’idea folle ma forse futuribile, che per assurdo potrebbe diventare realistica.
Quali zone d’Europa avranno cambiato tra 20 anni il proprio microclima al punto di far nascere nuove frontiere produttive in paesi attualmente esclusi dal mondovino. Forse asssisteremo alla rivoluzione inglese, con temperature miti che consentiranno la nascita del Barolo del Kent, il Barbaresco del Sussex. Oppure, restando nel continente, avremo i Brunelli di Amsterdam, ed i chianti di Groningen. Mentre in Sicilia si farà il rhum alle mandorle con la canna da zucchero...

Risveglio dall’incubo. Sinceramente sono per l’amore della storia e per rispetto dei sacrifici delle persone che in Italia, in Francia, Germania e Spagna hanno scritto la vita del vino (ovvero i paesi con almeno un bel secolo di storia stra le vigne)
Spero che come spesso capita, l’essere umano arrivato sul filo del precipizio per la strizza provata, reagisca. E ci salviamo tutti, e tutti i vini.
Ingenuo e sbrigativo, ma questo è un blog sul vino e d’altronde con gli attuali grandi piccoli uomini che reggono le sorti del mondo, cosa pensare? Meglio bere và.
Volevo tornare al 2006, ai vini bevuti, ma temo siamo già oltre lo spazio di una chiacchierata in osteria, dai, facciamo così…i nomi dei vini nel prossimo post.

17 dicembre 2006

CARO SANTA CLAUS...

Ho chiesto ad amici, intenditori, enotecari avvinazzati e compagni di forum, di elencarmi i cinque desideri in bottiglia da chiedere al buon vecchio Babbo.
Sono usciti nomi straordinari, mitici, addirittura mitologici. Faccio un elenco dei 15 più citati o comunque più desiderati dal sondaggio, tutti rossi, tranne uno champagne e un vino dolce (è Natale) alcuni hanno anche l'annata prescelta, quelli senza sono divine tutte. Sappiate che se per Natale berrete uno dei nomi che seguono, sarete un po' più vicini al paradiso:

- Sori San Lorenzo Gaja 1967
- Sassicaia 1985 - 1990 - 1995
- Barolo Monfortino 1967 - 1999
- Amarone Dal Forno 1997
- Calvari 1999 - Miani
- Vega Sicilia Unico Riserva Especial
- Brunello Riserva Case Basse 1999 - Soldera
- Saumur Champigny Le Bourg 1988
- Chambertin 1989 - Leroy
- Champagne Krug Clos du Mesnil
- i vini della DRC, Domaine Romaneè Conti
- Chateau Petrus
- Chateau Cheval Blanc
- Chateau d'Yquem
- Barbaresco Giacosa Santo Stefano red label 1990 (è la mia scelta...fosse mai che le renne...)

15 dicembre 2006

PRE NATAL

Non sempre le cene pre-natalizie sono un’evento da schivare.
Pochi giorni fa ho avuto la fortuna di entrare in un bel film. La location è la bellissima casa di parenti di amici e amori, una perfetta disposizione di stanze e oggetti arredativi, messi senza voler impressionare, direi più con un tono amichevolmente familiare.
C’erano i baci e le risa, i bimbi che giocavano energici ma senza spaccare los marones, anche il cane, ovviamente un labrador da cartolina natalizia, era poco invadente.
C’era, come ho detto, un’atmosfera semplicemente serena. Con parenti che arrivavano, giovani in dolce attesa (pre natal no?) figli, cugini, tutti a salutare la nonna, che da tradizione aveva preparato un patè da stella michelin (mmh…con il fagiano…ma la ricetta? Segreta)

Sono entrato nella cucina e avrei voluto cucinare subito qualcosa, anche un paio di uova e bacon e sedermi a quel tavolo di legno da brunch domenicale, osservando la collezione di sifoni da seltz vintage sugli scaffali.
Poi ecco un altro tavolo pieno di prelibatezze, su tutti il patè suddetto, i salumi, il cappone arrosto, e le torte salate.
Ad un certo punto il padrone di casa dopo che conversavamo da un po’ di vendemmie, vini e via così, mi dice che suo papà conosceva il "vecchio" Gaja e che gli dava il tartufo e le bottiglie di Barbaresco…anzi ci dice "se volete ne apriamo una…se è ancora buona…"
Insomma per farla breve è tornato lì con un Barbaresco Sori Tildin 1974, che dopo una lenta ossigenazione è entrato nei bicchieri e poi nelle nostre papille e poi via in tutta l’anima e noi in lui.
C’erano profumi di cuoio, fiori secchi, liquirizia, e polvere di cannella, tutto armonizzato in un pur fisiologico tramonto, come il suo colore, infatti, aranciato, con guizzi di rosso antico. Più che una traccia olfattiva era un suono, l’eco del vino era una litania: langhe langhe langhe.
In bocca anche se avaro di freschezza era una crema, come le poche parole di un vecchio saggio.

Beh se qualcuno è convinto che sono esagerato io, pensate che la radiosa sposa incinta e il suo solido uomo dopo aver bevuto hanno detto che se sarà bimba potrebbe chiamarsi Gaia.
Tornando alla bottiglia non sono esperto di dialetto langarolo; ma come si dice chapeau?
Tra l’altro poi il benefattore di cotanto vino mi ha detto senza vantarsi che in cantina di Gaja ne ha parecchie, con altri vini francesi, qualche riserva di Biondi Santi e dunque...quando arriva il prossimo Natale?

5 dicembre 2006

CANTINA PER NATALE

Manca poco, tempo di fare le scorte prima delle riunioni familiari e non.
A volte non è necessario che l’abbinamento di un vino a un cibo sia studiato come un incastro perfetto. Almeno in famiglia, poche regole, qualche consiglio.
Certo, mai un barolo con il pesce, ma osare è piacevole, soprattutto quando durante le feste vi sono tanti cibi e sapori differenti.
E se poi uno vuol proprio bere quel vino lì, bene, allora il miglior abbinamento è un bicchiere, sempre.
Per cominciare servono bolle, bollicine, fiesta, movida, che sia Champagne o Spumante, le boooolle non possono mancare, anchè perchè furbescamente si avvicinano bene ad un vasto spiegamento di portate. Sarò banale per chi lo sa, ma per favore, no champagne con il dolce!
Le bolle vanno sui salumi affettati (ma anche un rosso trentino o atesino, Sankt Magdalen, Teroldego…), vanno sui crostacei, sull'anguilla e con salmone affumicato (spumante rosè).
Finisco un po' fuori dal classico, abbinando bollicine bianche anche con cotechino e lenticchie (qui la tradizione richiede Bonarda, Barbera, Lambrusco, insomma cibo-territorio-vino).

Quindi, comprare perle di vino per la Festa.
Poi, chi ama i rossi e ha tacchini o similia arrosto direi che può divertirsi con tutte le declinazioni del sangiovese. Chianti e Brunello fin verso qualche raro buon prugnolo del Nobile di Montepulciano (non d’abruzzo, quello a pasqua, con l’agnello).
Perfino quei pochi ma buonissimi “sangiovese di romagna”.
E coi formaggi due strade: la sensuale o la poderosa, ovvero vini passiti /muffati o molossi dal colore rosso granata? Vedete a piacere, per i muffati, spiace dirlo, ma un vero Sauternes francese non ha eguali, ma anche un passito siculo o veneto (no il recioto, quello meglio con i dolci al cioccolato).
Per accoppiare a morte formaggi stagionati con super rossi, beh, Amarone e Sfursat su tutti, come i nonni partigiani, solo per me una gentile concessione con Barbaresco e Barolo (non si preapara il brasato a Natale, quindi...).

Per finire con i dolci natalizi...alt un momento…ma se avete fatto tutto il percorso sopra siete già in gastro-epatoenterologia al reparto urgenze con una flebo novella del 2006, quindi altro che riscoprire l’antico piacere di un moscato dolce , con la sua schiuma dorata e soffice tra le papille, mentre vi sporcate sul petto con lo zucchero a velo del pandoro.

Buoni Acquisti

28 novembre 2006

MEMORIA E CUORE

Ci sono attimi, immagini e suoni di serate nella memoria di una bottiglia di vino.
Imprimere il palato di un sapore e poterne riarmare la potenza con il pensiero, questo credo sia uno dei risultati appaganti da raggiungere per chi ama degustare.

Non so come funzioni ma penso sia più o meno come per un piatto di lasagne della nonna o una torta mangiata da bambini. Resta nella testa, come un file virtuale di piacere gustativo e soprattutto quando ricapita di avvicinarsi a un cibo di gusto simile, eccolo che affiora.

Per il vino a me succede lo stesso. Chiaramente, quando i tappi saltati alla scoperta di vini e gli anni sono tanti ci si aiuta con un notes, però quelli più buoni o i più bevuti stanno lì nella mente, un’iconcina alcolica con il suo bel dna di virtù. E’ bellissimo ritrovarli perché appunto possono addirittura richiamare al presente un momento, una serata speciale, oserei dire qualunque cosa.
Immaginazione e suggestione possono riuscire a rivelare il volto di chi lo ha fatto quel vino, il suo carattere, le sue mani.

L’evocazione attraverso il filo alcoolico dei ricordi e fantastica, un po’ Alice nel paese delle vigne; ecco, capita come se una bolla di vino mi si fermasse lì appoggiata sulle papille e quando mi sforzo riesco a ricordarlo con il pensiero.
Il passo finale è collegare il sapore ad un natale, una cena, un amico del passato, sarà banale, ma efficace. E’ noto che nei riti legati alle bottiglie ci sia lentezza, osservazione, piccoli effetti normali. A quelli speciali ci pensa il magico liquido, quando è buono.

A proposito, con ogni persona speciale condivido un vino, ed è molto bello berlo insieme negli anni, gustando le varie annate e appunto grazie alla memoria discettare con il classico “meglio il ’97; no più profondo il ‘98”.
Nell’amore per il vino risiedono piaceri ed emozioni semplici, sogni di mirabilie future in bottiglia ma soprattutto tanti e tanti volti che sono particelle del cuore.


*la foto è di Fabrizio Ghilardi

24 novembre 2006

LA FESTA

Aspettavamo da tanto la festa per i 18 anni di Marco nella villa dei genitori. Siamo stati tutti, almeno una volta, nella casa di qualcuno megaricco. Luoghi in cui non manca nulla, anzi tutto è superlativo nel superfluo, per degli adoloescenti praticamente un parco giochi.
C'era il grande giardino, il campo da tennis, la piscina, il campetto da basket e quello per il calcetto, persino una pista da motocross.
E poi alle feste di quel tenore economico ci sono sempre ragazze bellissime, vestite a modo e moda, irraggiungibili, sempre innamorate di uno più grande che fa quegli sport super esclusivi tipo surf sulla moto trainata da leoni o free climbing con aquila viva nello zaino. Comunque sia quelle piccole donne mettevano nelle nostre vene un'euforia frenetica che solo ad averla provata si capisce quanta adrenalina scateni. Infatti, anche se inizialmente era un party educatamente moderato, all'arrivo degli alcoolici il freno inibitore iniziò ad allentarsi. Ricordo che era di tendenza il gin in tutte le declinazioni, da fizz a tonic persino sour con lime (il limone da ricchi, abbronzato). Poi c'era birra, rum e cocacola e iniziammo tutti a ballare la musica che saliva di volume, urlando come selvaggi.
Ovvia...una festa di diciottenni, no? Ad un certo punto con altri due e il festeggiato entrammo in casa a prendere da mangiare e a giocare a biliardo tirandoci i tramenzzini, quando, ad un certo punto, ci accorgemmo che avevamo i bicchieri vuoti; fu allora che Marco, quasi ubriaco, ci disse di seguirlo che voleva farci provare qualcosa di speciale. Scendemmo una rampa di scale con esaltazione ma anche un pizzico di timore, fino a trovarci davanti una porta di legno massiccio chiusa da un lucchetto.
Marco prese la chiave da un nascondiglio e l'aprì, rivelandoci una cantina stupenda.
Laggiù il padre del nostro amico aveva raccolto bottiglie di ogni annata, formato e provenienza.
Erano sistemate in orizzontale negli scaffali di legno, con etichette appese al collo per indicarne nome e anno, soprattutto vini rossi, molti francesi con etichette eleganti e nobili, un mondo esclusivo e ordinato avvolto dal silenzio. Fu lo stesso Marco ad iniziare ad aprire uno di quegli scrigni impolverati e a buttarsi nel gozzo il nettare, senza bicchiere, senza aspettare, giù a garganella come una cocacola. Nella mia memoria sono impressi i momenti in cui trattavamo quelle delicate bottiglie come lattine qualsiasi, ricordo alcuni nomi, che quella sera storpiavamo ridendo da veri deficienti..." Chatò Lafitte, ah, si, ho una fitt qui al costat...ah ah...dai apri questo, deve essere amaro, si chiama Petrus...blahhh è pieno di fondo, dai aprine un'altra quella lì con l'etichetta con su il castello, dai si è del '69, il tuo anno, aspetta bella questa... ah ah senti che nome...Sassicaia, ci son dentro i sassi..." e qui vorrei glissare il resto ma purtroppo andammo avanti così per almeno un'oretta di tempo.
Divenne famosa quella festa per l'enorme casino che avvenne poi. Tutti i genitori che si telefonavano, il padre del festeggiato incazzato come un orco, risarcimenti organizzati, una dozzina di bottiglie rarissime stappate e tracannate a metà e per i colpevoli punizioni epiche. Niente più feste e addio vacanze.
Solo ora, anni dopo, capisco la rabbia di quel papà, e come mi girano a pensare che ho "bevuto" delle divinità così superficialmente senza esserne conscio, preparato.
Conservo un solo ricordo legato ai sapori di quella serata, quando alla fine della festa ho baciato Maria e lei mi ha detto: puzzi di vino.

20 novembre 2006

UVA NOSTRA

Durante la trasmissione "Bollito misto" (su Gamberorosso Channel il 18 novembre e repliche), Daniele Cernilli, grande esperto enologico, cita, con garbata ironia, l'intervista a una sommelier inglese probabilmente nota e autorevole. La milady avrebbe detto che il futuro del vino mondiale sarà del cabernet sauvignon per i rossi e dello chardonnay per i bianchi, aggiungendo che in Italia non si capisce nulla perchè vi sono troppi vitigni differenti e troppe zone di produzione. E allora? A parte che proprio nell'anno in cui Wine Spectator's assegna a un vino italiano il premio di vino dell'anno (Brunello Tenuta Nuova 2001, Casanova di Neri, anche se vino "modernista" e criticato come poco brunelliano) certe affermazioni sono quantomeno fuori tempo. E poi, dovremmo forse limitare la ricchezza di patrimonio delle nostre uve per uniformare al gusto della signora tutto il mercato?
Archivio subito l'opinione di questa esperta senza altri commenti, ha già detto tutto lei (so il nome di costei, ma non intendo rivelarlo per non darle neanche l'eco di questo piccolo blog...solo un indizio, è bionda e ha la faccia da cattiva dei fumetti).
Preferisco pensare invece a quanto sia gratificante e divertente avere nel nostro paese una tale varietà di sapori del vino. Perchè ognuno ha il suo carattere e personalità, perciò faccio un piccolo gioco con i vini rossi, con quelli che sono, secondo me, i vitigni santoni d'Italia, abbinandoli non solo al cibo ma a situazioni, musica e addirittura stati d'animo.
Sono 11 in totale come una squadra di calcio, e anche se ne mancherebbero tanti, forse questi a loro modo li rappresentano.

AMARONE (ok è fatto con tre uve diverse ma niente fiscalità, please, non siamo inglesi)
perfetto da bere fuori pasto, sotto un pergolato con amici, un mazzo di carte e musica jazz (Dado Moroni, Miles Davis, Wes Montgomery, John Coltrane).

NEBBIOLO (Barolo, Barbaresco, Gattinara)
cucinate un brasato al vino, invitando un ospite importante, serata di racconti, memorie e grandi storie, musica classica (Bach, Haydn, Mozart).

BARBERA D'ASTI (anche d'Alba e Monferrato)
si esalta bene con polenta e salsiccia in un'allegra festa primaverile e sound rockabilly nell'aria (Stray Cats, Eddie Cochran, Ramones).

SFURSAT (uva nebbiolo ma chiavennasca e per giunta "appassita")
della selvaggina in umido, fuori sta nevicando, camino acceso e discorsi profondi ascoltando i cantautori più intimisti (Bob Dylan, Silvio Rodriguez, David Bromberg, De Andrè).

TEROLDEGO SUPERIORE
un capriolo in umido con mirtilli, tavolata chiassosa e sincera, musica popolare folk/etnica (Goran Bregovic, Singing Clarinets).

BRUNELLO DI MONTALCINO (uva sangiovese grosso)
con cinghiale variamente declinato, una notte stellata, discorsi ironici e pungenti parlando di politica e società, musica rock classico (Grateful Dead, CCR, Pink Floyd, Dire Straits).

SAGRANTINO DI MONTEFALCO
perfetto sui dolci al cioccolato e castagne, una serata in campagna, pace e serenità, musica ambient, chill out (Pat Metheney, Gotham Project, Cafè del Mar).

TAURASI (uva aglianico)
pasta corta al raù (ragù), formaggi artigianali stagionati e pane rustico, tramonti autunnali in tranquilla solitudine, soul music di colore black (Marvin Gaye, Aretha, Bill Withers, Jackie Wilson).

MONTEPULCIANO D'ABRUZZO
costolette d'agnello arrosto, una rimpatriata di vecchi amici, allegria totale, musica reggae (Bob Marley, Peter Tosh, Gregory Isaac)

CANNONAU (uva che altrove è detta Garnacha, Grenache, Alicante)
la festa del porcetto arrostito (porchetta), estate con la famiglia, rapporti di complicità e tanta musica blues (Van Morrison, J.Lee Hooker, JJ Cale, Ry Cooder).

PRIMITIVO (quello che in USA è chiamato zinfandel)
pasta di grano duro con braciole di maiale, una serata amorosa, sensualità e funky music (Funkadelic, EW&F, Commodores).

Visto che appunto sono 11 come una squadra di calcio, ecco la panchina: Rossese, Dolcetto, Refosco, Negroamaro, Carignano.

E che la gentile sommelier inglese, dopo aver letto il libro della foto (ed. Hoepli), continui pure a bere solo cabernet così non avrà troppe sorprese dalla vita. Cheers!

VITI D'OGGI



A parte il giochino del titolo, bisogna riconoscere ai manager del vino l'applicazione di una sapiente strategia basata su seduzione ed esclusività (sia qualitativa che esibizio-edonistica). Aver creato negli ultimi 10/15 anni una specie di "privè" delle etichette blasonate significa fare ciò che i francesi da tempo ben sanno, ovvero conferire una forte riconoscibilità e un grande contorno mediatico per rendere Miti alcune viti. Del resto proprio i francesi, nel vino e in vari campi applicano il potere della seduzione anche estetica ed emotiva, utilizzando in toto la star-strategy del buon Jacques Seguela, pubblicitario (pensate al fascino e all'apparire di una fromagerie d'oltralpe paragonata a un nostro banco dei formaggi).
Quindi, da un po' di anni, anche in Italia sono stati creati e idolatrati brand, marchi, zone culto (basta andare a Bolgheri, tutto è vino), ma solo per alzare il valore anzi, la valuta, delle bottiglie. D'altronde è un fatto che parecchi vini aumentino il loro prezzo dal 10% fino al 25% in appena un paio d'anni; chi mi sa dire di un'altra rendita simile?
Purtroppo è in gran parte un'operazione di trucco, fornire al vino veste, buoni media, testimonials, eventi, in una gestione di business quasi sfacciato. Tutti hanno un ruolo e c'è un vino per tutti.
Temo che tutto questo possa stufare, wine bar di qui, degustazioni di là, tutto molto glam ma non altrettanto cult. Perchè alla fine si intuisce che tutta l'operazione si riduce solo a creare vini adatti a spuntare una valutazione alta dai vari critici o guide e lievitare di prezzo. Fine.
Con la conseguenza pratica che, come errato esempio (falsa imago direbbe il buon Roland), in tanti si mettono a fare vini molto simili tra loro, imitatori del Mito x o y e che costano più di 50€.
Vini con molto corpo ma senza anima, il body building del vino, corazzato di legno nuovo.
Perchè il Vendere è più importante che spiegare, narrare, affascinare.
Quanto manca un Luigi Veronelli, anche se prosegue con succcesso Critical Book & Wine (a Milano al Leoncavallo dal 17 al 19 novembre) e in tanti sosteniamo la sua proposta di far esporre dalle aziende sull'etichetta il prezzo di partenza, come per un libro. Per seguirne quindi le virtuosistiche evoluzioni economiche nel tempo.
Ripeto, a naso tutto questo spingere ed esaltare il vino/finanza mi puzza di solfiti, forse per i motivi demoniaci che spingono l'essere umano a diffidare quando viene trattato troppo da "consumatore"; ma attenzione, quando nascono i dubbi a volte ci si stanca.
Per quanto mi riguarda continuerò ad amare il vino, la sua storia, persino le etichette e covo la speranza di trovare tra qualche anno tante chicche invendute a prezzo diminuito (già su ebay si fanno certi affaroni). E se invece altre persone, passata la moda enologica, lasceranno tante altre bottiglie sugli scaffali?
Sempre più "consumatori" hanno capito che molte enoteche e rappresentanti e anche qualche azienda, marciano un po' con i prezzi, e presto diranno " ...chissenefrega del merlot in purezza barricato in botti di rovere di Slavonia, dammi il barbera da 7 €, anzi meglio, una cassa di birra...".

17 novembre 2006

IL ROMANZO DEL VINO

Il parallelo tra tipologie di esseri umani e vini è abbastanza risaputo.
Ne scrive divertendo Roberto Cipresso, winemaker ed enologo ne "Il romanzo del vino" (edizioni Piemme, pag. 316, € 16,90 ) in un capitoletto purtroppo anche troppo breve, forse un divertissement dell'autore, in cui i tipi di uva assumono le sembianze di persone. Quindi abbiamo i cugini cabernet, il dottor merlot e via leggendo e ammetto che dopo averlo letto ora ho qualche remora a bere lo chardonnay, paragonato ad un tennista biondo un po' fighetto.
Comunque oltre a questo divertente accostamento, è un libro perfetto per chi ha il piacere di saper de-gustare, è scritto con tanta passione, storie ed esperienze dirette, aneddoti raccontati con una scrittura agile e interessante anche per chi non è maniaco del vino. Non è un saggio tecnico, non ci sono decine di nomi di produttori e vini da memorizzare e nessuna scheda degustativa. Non è un romanzo nel senso classico, ma si sviluppa come un documentario su carta, in alcuni punti è anche poetico e certamente vissuto in prima persona.
Tra l'altro regalarlo è un piacere, come dare ad un amico un bicchiere di rosso, naturalmente Brunello (l'autore, oltre alle numerose consulenze, ha una sua azienda a Montalcino e consiglio anche il suo www.robertocipresso.it).
Tornando al paragone tra caratteristiche del vino ed esseri umani mi viene in mente un mio giochino, ovvero dividere tra vino maschio o vino femmina.
Ad esempio la Barbera, troppo facile, è una rubizza ragazza di campagna e il brunello un omone toscano, ma lo champagne è m oppure f o magari fm-minato?
La Falanghina, mmh, abbasta lu nome, evocatore di sensualità femminile.
Si può poi dire austero come un Barolo e ti vedi un nonno, quello che incontri appunto, solo nelle occasioni importanti. E qui mi fermerei, chi vuole può andare avanti e giocare ad abbinare.
Tornando a Roberto Cipresso (e a Giovanni Negri, coautore), mi conceda una chiusura da guida del vino : il suo libro è bellissimo, e il voto è 99/100 (il vino perfetto non esiste e si beve per continuare a cercarlo).

16 novembre 2006

BRRR...BRASATO E BARBARESCO

Oggi fa freddo, perlomeno in nord Italia. C'è quell'umido che permea le ossa e contamina l'anima quindi: brasato.
Diciamo innanzitutto che per me il brasato è una corrente di pensiero filosofico, senza esagerare è un piatto spirituale.
Si può brasare ogni tipo di carne ma l'apoteosi del palato si raggiunge con i tre tagli classici: ganascino, pesce e aletta, di manzo naturalmente. La mia preferenza va all'aletta, più magra e meno nervosetta degli altri due, anche se il ganascino ha un sapore appena appena più corposo.
Ogni ricetta di brasato è giusta secondo chi la cucina, questa è la mia.
Mettere in una ciotolona il pezzo di carne a marinare con due bicchieri di vino rosso, (una barbera base, un dolcetto o u
n nebbiolo vanno benissimo non il barbaresco, tenetelo per dopo) timo, alloro, cipolla, grani di pepe per almeno un paio d'ore.
Scolare ed asciugare la carne conservando solo il vino eliminando spezie erbe e cipolla. Rosolarla in noce grossa di burro e poco olio per cinque/sette minuti girandola un paio di volte. E' utile se si possiede, utilizzare una pentola di ghisa (il top) oppure in ferro pesante che possa poi andare direttamente in forno. Mentre si rosola la carne, a parte in una padella, preparare un soffritto classico (sedano carota cipolla) ed aggiungerlo solo quando la carne è ben rosolata insieme ad un pezzetto di lardo o guanciale fatto a dadini e un po' di sale grosso. Versare poi nella pentola il vino conservato dalla marinatura con un po' di brodo e mettere la pentola in forno a 160° per tre ore (quattro, cinque...dipende se lo volete morbido, al cucchiaio o...disfatto) controllando che ci sia sempre liquido a coprire metà carne e girandolo(usare brodo vegetale o di vitello NON il dado per favore). A mezz'ora dalla fine mettere un cucchiaio di concentrato di pomodoro. Togliere dal forno, levare la carne e lasciarla riposare. Frullare con minipimer il fondo aggiungendo brodo se troppo denso. Deve venire una crema marrone chiaro e dal sapore divino.
Tagliare o spezzettare la carne e coprirla con la crema della frullatura.
Servire con purea di patate (quello fatto con le patate) o con polenta, quella vera non valsugana.

E il barbaresco? Si è capito che in questo caso il vino era una scusa per fare il brasato?
Ah vabbè, allora, mentre la carne brasa in forno aprite una bottiglia di barbaresco, meglio se delle annate 1990, 1995, 1996, 1999, 2001 per berlo insieme al brasato e alla persona che si ama o ad amici veri.
Il freddo non passerà ma vi sentirete molto, molto meglio.

INGREDIENTI x 4

un bel pezzo di aletta di manzo almeno 1 kg
carota, sedano e cipolla
vino per marinare
pezzetto di lardo o guanciale
alloro, timo, pepe in grani, sale grosso
un cucchiaio di concentrato di pomodoro
olio, burro

13 novembre 2006

INASPETTATA D'ANNATA


Quando ci capita in mano una bottiglia non più giovane, diciamo con più di 10 anni, si ha subito il dubbio se convenga aprirla e rischiare la delusione o tenerla in cantina anche solo come oggetto decorativo. Personalmente penso che le nostre case siano già così stivate di oggetti inutili che a costo di restarci deluso, io la bottiglia l'apro sempre. Infatti ricordo che tempo fa mi regalarono "avanzi" della cantina di un nonno, una quindicina di bottiglie un po' avanti negli anni; iniziai con alcuni amici l'apertura di tutte, con i dovuti crismi ed attenzioni, pur temendo seriamente di non poterne bere nessuna. Ebbene infatti quasi tutte contenevano un liquido ormai esausto, acetoide e acre tranne una, un Barbaresco 1976 della Prunotto : quel vino era diventato una crema celestiale, ancora integro e bevibile e ci aveva fatto provare un'esperienza nuova ed unica (all'epoca era il 1998 per cui il vino aveva 22 anni!!!) e ripagato delle altre bottiglie "andate a male".
Questa infinita premessa per dire che ieri ho aperto con timore un Cabreo 1993, comprata per pochissimo (16 €) su www.ebay.it. Ero così incerto del contenuto (il livello nel collo della bottiglia era appena sotto la strozzatura, di solito non è un bel segno) da non aver nemmeno pensato a che cibo abbinarle, tipo quando dici vabbè proviamo ad aprirla ma....
Invece...era perfetta ancora nella fase ascendente (un giorno parleremo della vita di un vino) con un colore appena appena aranciato sui bordi ma che sapore, che profumi che felicità berlo.
E così con L. ce lo siamo degustato, senza nemmeno un pranzo in tavola, giusto un pezzetto di Reblochon (formaggio francese straordinario sembra come il figlio di Camenbert e Taleggio) e un paio di crostini con pasta di salame. Bellissimo pranzo domenicale. Con la miglior nasina che conosco.

10 novembre 2006

IL VINO E' VIVO

Qui si parla di vino rosso, di come cambi nel tempo, di bottiglie bevute, di nomi di uva, di miti, chicche da scoprire e tutto quanto esce da una vigna ed entra in un bicchierone baloon. Si raccontano emozioni personali abbinamenti, ricette con il vino e da bere insieme al vino. Qui si beve, e poi se ne parla. Salute!