26 agosto 2011

EI FORUM

Siccome immobile.
Sto parlando del Forum del Gambero Rosso, potete trovare anche qui nella colonnina a destra il suo link.
Solo che al momento, da quattro giorni almeno, è "Temporarily Unavailable". Questo dopo mesi di spam violento e selvaggio senza che un admin muovesse un dito. Probabilmente verrà riaperto, prima o poi.
Spiace vedere un marchio storico della cultura Slow (agli inizi Gambero Rosso era un tutt'uno con Slow Food) e un forum pieno di partecipazione e passione ridotto in questo modo.
Devo confessare che, oltre al forum, già da qualche anno a mio parere anche la rivista e persino il channel hanno dato segnali di scarsa innnovazione e fermento. Come se bastasse il logo col Gambero per far passare anche un genere di divulgazione più ordinaria. Di certo funziona ancora per fare raccolta pubblicitaria. Finchè va bene, tutto bene.
Per il Forum, è un peccato e una mancanza di sensibilità da parte dei gestori; personalmente su quel forum, oltre a partecipare con una "striscia" con lo stesso nome di questo blog, ho conosciuto molte persone belle, veri appassionati di vino e cibo, giornalisti, operatori del settore e produttori. La rivista non la compro da tempo, sbircio ogni tanto senza entusiasmo ma in passato su quelle pagine ho scoperto molti nomi di produttori e letto articoli interessanti.
Per cronaca, cronologicamente ricordo qualche anno fa l'abbandono con codazzo di polemiche da parte di uno dei fondatori, Stefano Bonilli e più recentemente l'addio di un altro co-fondatore, Daniele Cernilli.
Non penso assolutamente che siano state unicamente queste defezioni a far calare il valore culturale del Gambero, ma sicuramente non c'è stato ancora un vero ricambio e i nuovi responsabili, oltre a non avere un "volto" istituzionale e pubblico come quello dei due fondatori, probabilmente non hanno nemmeno la stessa passione per ciò che in fondo non è una loro creatura.
Peccato, le cose prima o poi finiscono, a volte in modo naturale, alcune volte persino gloriosamente.
In questo caso la temporanea "fine ingloriosa" del Forum è frutto di incapacità nel gestire una semplice piattaforma oltre che di spirito manageriale senza sentimenti, orientato solo ed esclusivamente al business.

2 agosto 2011

BIRRA AL POPOLO

Di birra ne ho parlato poco, anzi mai, faccio ammenda. La birretta estiva poi, cioè la chiara fresca alla spina o bevuta direttamente dalla bottiglietta ghiacciata insieme ad un amico, è un dono per corpo e anima, è quell'attimo dal tot giusto che non dura troppo o troppo poco.
E' la birretta insomma, un classico, una bevutina senza impegno, ma con ottimo risultato per lo spirito. Ci sono infinità di birre da scegliere, da quelle presenti in grande distribuzione fino alle più ardite alchimie artigianali. Molto curiose sono anche le etichette colorate e fantasiose. Come per il vino i gusti possono sfogarsi parecchio a cercare l'anima gemella.
Da qualche tempo ho iniziato ad apprezzare le birre artigianali, sedotto inizialmente dalle "trappiste" belghe, poi un fugace invaghimento per le weiss, le birre 'bianche' con frumento. Come per i vini, ogni tanto viene voglia di bere una birra speciale, da annusare e gustare in un lasso di tempo maggiore della birretta basic. Quest'anno, grazie ad un amico che ha curato la parte grafica e creativa delle etichette, ho scoperto un birra artigianale italiana davvero notevole. Anzi, non una birra, ma cinque.
Le produce il Birrificio Sant'Andrea di Vercelli e da quanto mi ha raccontato l'amico art director, i soci sono un gruppo di amici con molta passione che hanno avuto la fortuna di incontrare un mastro birraio di quelli bravi: Andrea Bertola. Le birre del BSA che ho bevuto -e che descrivo qui con termini impropri da bevitore di vino- sono la LEONE, una bionda speziata con un corpo non banale, impatto cremoso al palato con retrogusto amarognolo. Poi la GALLO, molto profumata, con arancia candita, qualcosa di affumicato, quasi esotica e molto complessa, intensa, davvero molto buona. Salendo di grado alcolico c'è poi la RiOt, 8,1° che nonostante la gradazione ha una bevibilità notevole. La mia preferita tra quelle provate è la HEY HO TO GO, che oltre a donare una percentuale per costruire pozzi in Togo, ha un equilibrio ed una struttura esemplari (e poi nel nome ricorda la frase all'inizio di Blitzgrieg bop dei grandissimi Ramones, "Hey ho let's go..."). Purtroppo non ho ancora assaggiato la FOG, la "bianca" del birrificio, anche se non è una weiss nel modo tradizionale, ma personalizzata appunto dal mastro birraio.
Fa realmente piacere vedere e soprattutto bere un prodotto buono sapendo che dietro c'è un progetto nato tra amici; tifando per i meno famosi che hanno talento, per me è stata una fortuna averci incocciato.
C'è anche il sito http://www.birrificiobsa.com

17 luglio 2011

PERCHE' NOI NO?

Ieri ho fatto un giro in nord Piemonte, partendo da Fara Novarese fino a Lessona.
Sono strade e terre storiche di vini, soprattutto rossi a maggioranza nebbiolo (con aggiunte di vespolina, croatina, barbera ecc.) di notevole potenziale d'invecchiamento e molto spesso anche notevole livello qualitativo. Le denominazioni sono parecchie, da quelle più recenti o meno blasonate come le Colline Novaresi, Coste della Sesia, fino alle più nobili e storiche Gattinara, Boca, Lessona e Ghemme.
Guidando ho verificato che la distanza da ovest a est tra Fara Novarese e Lessona è di 29 km.
Praticamente la stessa che c'è da nord a sud tra Gevrey-Chambertin e Pommard, nella Cote d'Or in Borgogna ed anche l'area generale vitivinicola delle tipologie ha più o meno gli stessi metri quadrati (non gli ettari vitati).
Aldilà delle ovvie differenze storiche, degustative, di vitigno (in Borgogna l'unica uva rossa coltivata è il pinot nero), di prezzo dei vini (i nordpiemontesi, anche le Riserve, sono molto meno costosi) o di qualità generale: non voglio ora discettare o confrontare le due tipologie.
Quello che mi ha colpito è il paesaggio geografico, il contorno dipinto dall'uomo attorno alle vigne e alla natura.
In Francia percorrendo la strada principale della Cote d'Or, si viaggia tra le vigne, chiaramente quelle a bordo strada sono le meno importanti e prestigiose, ma l'effetto d'immersione uomo-natura è molto denso e passando attraverso i vari paesi si incontrano vecchie case ben ristrutturate, chiese curate, palazzi, angoli di mondi e mura antiche ed ovunque si coglie l'amore, il rispetto e non manca certo la furbizia del marketing, sia nei richiami al vino che nel preservare e disegnare negli anni quel panorama.
In Italia, percorrendo la strada principale (non l'autostrada) in nord Piemonte, si passa in mezzo a capannoni e Centri Commerciali del Qualsiasi cosa (mobili, cucine, meccanica, fai da te, supermercati) ed attraversando i paesini, oltre a qualche richiamo al vino con le insegne dei vari produttori, le belle cantine sociali e qualche centro città ancora discretamente conservato, purtroppo ci si imbatte in case antiche semi abbandonate, obbrobriosi mischioni architettonici dove vicino ai palazzi di respiro antico si piazzano costruzioni di modernità solo cronologica e di scarso gusto estetico.
I supermarchèes e i capannoni ci sono anche in Borgogna, solo che i tanto criticati francesiconlapuzzasottoalnaso, in questo caso hanno avuto l'accortezza e la lungimiranza di separare visivamente l'inevitabile modernità commerciale dalla tradizione vinicola.
Perchè noi no?
Perchè in nord Piemonte negli anni si è assitito allo scempio di vigne vecchie, spiantate per lasciare spazio a speculazioni edilizie ad uso commerciale e perchè non è mai stata progettata una "via del Vino" con attenzione all'ambiente, al fascino del passato?
Fortunatamente la rinascita vinicola è iniziata già da qualche anno con aumento delle superfici vitate che sebbene non siano ancora numericamente vicino a quelle di inizio del secolo scorso sono in sensibile aumento e con un'attenta cura nel processo produttivo, tanto che da qualche anno il "nord Piemonte" ha ripreso quota sia come diffusione che come valutazione della critica, anche specializzata (mentre gli appassionati non hanno mai abbandonato questi vini).
Speriamo almeno che se dovesse "girare" più grana, le amministrazione locali piemontesi interverranno con sensibilità nel valorizzare le molte bellezze che ancora ci sono, attraverso un progetto urbanistico che recuperi la tradizione e la storia di luoghi meravigliosi.
Ne trarrebbero giovamento anche il turismo e lo sviluppo vinicolo di tutta la zona.

12 luglio 2011

ESTATE, GRIGLIE E BBQ

Ci sono due scuole di pensiero e ognuno di noi ha un'esigenza e una preferenza personale.
La mia, dopo varie prove e confronti, va decisamente alla griglia fatta con i legnetti e poi la carbonella, mai usando alcool o infiammabili vari come fa Homer Simpson. Quando ho più tempo per curarla, uso solo la legna e la carbonella che genera. Mi piace mettere a scaldare anche una piastra o una pietra ollare su una parte della superficie riscaldata dal fuoco; serviranno per cuocere le pietanze più piccole che rischierebbero di disfarsi sulla griglia.
Per accendere parto con un foglio di giornale e tantissimi pezzetti di legna secca, poi aggiungo la carbonella che se si trova di qualità (ottenuta da legna buona, senza chimica aggiunta), che è proprio migliore il sapore e costa solo un paio di euro in più.
D'altro canto è indubbio che i BBQ a gas che tanto imperversano abbiano molte qualità: sono comodi per lo spazio, cuociono in maniera omogenea grazie al coperchio, si può tenere controllata temperatura e fiamma, si puliscono facilmente e sono pronti in cinque minuti.
Ma il profumo e il "sapore" della legna su carne, pesce o verdure dov'è?
Perchè anche se attorno si spande il profumo della carne che cuoce, al palato poi mancano quei sentori affumicati e arrostiti dati dalla legna che nessun BBQ a gas potrà mai donare.
Tolto il valore rituale quasi preistorico del cuocere su un fuoco vivo tra amici, la grigliata ha per me anche delle caratteristiche uniche ed estremamente gustose, quel sapore ce lo abbiamo dentro tutti in qualche cellula ereditata da tempi antichi senza cucine e fornelli a gas.

Se fosse musica, la griglia con legna e carbonella sarebbe come musica live, quella a gas somiglia invece ad un disco registrato in studio in sovraincisione.

7 giugno 2011

MONTALCINO TIENE DURO

Piccolo riassunto.
A Montalcino si produce il brunello da un secolo abbondante e anche nelle ultime modifiche al disciplinare negli anni '90, si è stabilito che quel vino dovesse contenere unicamente uve di sangiovese grosso coltivate nella zona della docg Brunello di Montalcino.
I pettegolezzi raccontano da molti anni di cisterne provenienti fuori mura e di produttori che coltivano ed inseriscono uva, generalmente merlot e cabernet, nel brunello insieme al sangiovese.
Un paio d'anni infatti fa esplose il grande scandalo con alcune aziende indagate, intere produzioni declassate, patteggiamenti in sede giudiziaria e altro che si può approfondire facilmente cercando in rete (Brunellopoli è il titolo poco fantasioso dello scandalo).

Parallelamente nonostante l'intervento giudiziario, alcuni opinionisti, giornalisti e qualche raro produttore hanno ricominciato a perorare in sede di Consorzio, una sorta di rivoluzione "modernista" per permettere appunto anche l'utilizzo di altre uve in minima percentuale oltre al sangiovese; chi dice per allargare il mercato con un gusto più "internazionale" e "facile" del vino, chi dice perchè così chi aveva del merlot in vigna lo poteva mischiare al sangiovese senza problemi legali.
Infine pochi giorni fa, forse come percorso di avvicinamento al grande obbiettivo del brunello, è stato proposto di far votare il Consorzio sulla possibilità di iniziare a cambiare almeno il disciplinare del rosso di Montalcino, il fratello minore del Brunello: non si è dovuto nemmeno attendere l'esito, perchè la mozione non è stata presa in considerazione dalla maggioranza e le cose restano come erano. Nel rosso e nel brunello di Montalcino si usa il sangiovese e basta. Per ora. Prima o poi i "modernisti" torneranno alla carica.

A parte il fastidio personale verso questa fregola di voler "modernizzare" (più moderno solo perchè nuovo e diverso?) i sapori del vino (come del pollo, del maiale, del formaggio ecc), attraverso una mistificazione storica e gustativa che ha letteralmente il sapore dell'omologazione.
Chiunque, anche a Montalcino, può sperimentare liberamente a suo piacere mettendo merlot o pippirimerlo insieme al sangiovese, solo non può chiamare quel vino Brunello di Montalcino. Se il vero intento fosse fare un vino più buono, non dovrebbe importare il potenziale sfruttamento dell'affermato brand brunello.
Se la "modernizzazione" fosse in nome del consumatore e se il brunello di solo sangiovese viene considerato troppo duro, o troppo qui e troppo là, il rimedio più semplice sarebbe quello di proporre al mercato un altro vino con caratteristiche diverse e un altro nome. Mentre non ha valore e logica far cambiare a tutti la tradizione di un patrimonio storico per favorire qualche lobby.
Altrimenti, per paradosso, siccome il rugby è sport troppo cruento e fisico, per offrire uno spettacolo moderno e adatto a tutti si dovrebbero inserire delle fasi di gioco in cui i giocatori delle due squadre si sfidano a bandiera oppure a "un, due, tre stella!".

1 giugno 2011

VINI DI DESTRA E DI SINISTRA



Le recenti tornate elettorali mi hanno fatto fare questo pensiero malsano.
I vini possono essere di destra o di sinistra?
Sgombro subito il campo da questioni ideologiche sul prezzo, ovvero che il vino che costa poco è di sinistra quello di "lusso" è di destra, perchè a parità di condizione sociale conosco persone di sinistra che spendono una fortuna in vino e persone di destra che vanno al risparmio con la damigiana del contadino. E viceversa. Bere il vino buono piace a "destra e sinistra" e alla domenica -ma solo un bicchiere- persino ai moderati di "centro".
Mi piaceva provare a vedere se nel modo di essere, nell'essenza di un vino, nelle sue caratteristiche storiche e gustative, potessero esistere elementi di "posizionamento" politico, ideologico.
Escludo a priori dalla ricerca i vini "propagandistici", ovvero quei prodotti di basso valore che vengono etichettati con nostalgiche effigi delle varie "icone storiche", dittatori e personaggi di una "parte" o dell'altra.

Sforzandosi si potrebbe collocare più a sinistra il barolo di Bartolo Mascarello, famoso negli anni '90 per l'etichetta "No barrique, no Berlusconi". Oltre che per questa dichiarazione "politica" del suo produttore, forse è un vino di sinistra anche perchè nasce dall'unione di più vigne, una specie di "comunismo di uve" e perchè Bartolo era come un operaio della vite.
Più difficile pensare ad un vino dichiaratamente di destra, se non per alcuni dati storici legati ad alcune famiglie nobili, note ad esempio per essere state simpatizzanti durante il periodo fascista come si intuisce ad esempio in Mondovino di Nossiter, quando un discendente di una famiglia toscana racconta alcuni aneddoti. Ma non mi sembra un esempio fortemente emblematico come il barolo di Bartolo.
Ci vorrebbe qualcosa di più concreto, una tipologia o un vino che riassumano i valori della destra e della sinistra, ma non mi si accende nulla.
Lascio perdere il gioco e il post, tanto succede molto spesso e anche recentemente, che gli elettori una volta stanno da una parte e una dall'altra.
Sono come il vino, evolvono.
L'importante è non fare andare in aceto il loro fermento.

24 maggio 2011

HAPPY BIRTHDAY BOB



Non mi interessa la celebrazione dei 70 anni di Robert Allen Zimmermann come uno scontato epitaffio in vita, con tutte le ovvietà sociologiche che si possono attribuire ai testi e alle canzoni di Bob Dylan. Immagino che tanto ne parleranno tutti i giornali e la cifra tonda del compleanno poi rende più celebrativa la torta mediatica; sarà la forza oscura dei numeri con lo zero in fondo.
Solo un pensiero personale, in attesa di vederlo dal vivo a Milano il 22 giugno.

Nei ricordi giovanili (e non) di ognuno di noi, vi è una canzone legata ad un momento particolare, spesso ad un grande amoretto o ad un Amore vero.
Non sempre quelle canzoni rappresentano il proprio gusto musicale, a volte sono diventate testimonial involontarie e casuali di nostri frammenti di vita. Ad esempio ho un caro amico intergralista del rock duro che per tutta la vita sarà legato ad una canzone di Lucio Dalla (Stella di mare), solo perchè è stata la canzone che usciva dalla radio in sala parto mentre nasceva sua figlia. Casualità sonore, anche se la bimba non si è chiamata Stella, come quella canzone, ma Jessica (Allmann Brothers Band).
Però capita, quando possiamo pilotare direttamente la scelta della colonna sonora di un istante, che cerchiamo di scegliere le canzoni e gli artisti del cuore.
Personalmente ho molte "canzoni momento", che fanno da connessione mentale a periodi della vita, vacanze, ex fidanzate adolescenziali, amici, località. Persino ad uno dei miei cani.
Chiaramente sono un dannato musicadipendente, amo fruirne non solo dal punto auditivo, perchè per me la musica ha una funzione curativa, filosofica, culturale o più semplicemente vitale.
Per riassumere al massimo la mia esperienza personale con Bob Dylan, dico che lo considero un padre adottivo, a sua insaputa logicamente.
Infatti di tutte le canzoni che mi ricordano qualcosa del passato, solo quelle di Dylan possiedono un "affetto", un'aura di sacralità di testa e di rispetto a prescindere, come se i momenti che la sua musica mi evoca siano "più momenti" di altri, per me sicuramente più familiari.

Happy birthday Bobby dad, one of us must know (sooner or later).

7 maggio 2011

DELLE SCALE E DEI PUNTEGGI

Oltre al prezzo, pare che per molti vinofili, siano soprattutto i punteggi ad avere importanza nel giudicare un vino.
Riporto qui, su richiesta di un caro amico, una codificazione scherzosa che scrissi qualche tempo fa.

SCALA A CHIOCCIOLA
Utilizzata da quelli che dicono a voce alta il punteggio dopo 6 secondi, poi si incartano, ci ripensano, riconsiderano e a fine commento dicono, comunque e sempre, che quel vino lo hanno bevuto in una forma migliore.

SCALA REALE
dall’inglese Definitive Royal Classification, parte direttamente dai 97 punti e dai 500 € a bottiglia.
La utilizzano gli adoratori del cavatappi di platino con le impronte di Napoleone Orso Capone. Il punteggio e le note sono secretati dallo Stato, anzi dallo status.

SCALA TRINCHETTO
utilizzata dopo la dodicesima bottiglia di amarone (patriglioni, es, sfursat) in 4 persone. E’ una scala che esula dalle banalità poetiche come descrittori e analogie elaborate, quel che conta è l’alcol, la densità e lo sugar. Le valutazioni si misurano in gradi e in lunghezza della risata post sorso.

SCALA MELECCHI
Utilizzata da chi quel vino lo produce, o lo vende o lo commercia o lo specula o ne ha in cantina a bancali e non sa come mazzo piazzarlo. I vini valutati con questa scala hanno sempre qualcosa di positivo.
La misurazione si fa in lotti, più recentemente, in sconti.

SCALANZA
Visioni mistiche e descrittori geneticamente modificati sono la prosa che accompagna il punteggio dato con questa scala. E’ così rivoluzionaria e visionaria che spesso non c’è nemmeno bisogno di averlo bevuto quel determinato vino. Ci si cala, nella parte, s’intende.

SCALAME
Approvata dal sito di Think Oink - http://www.think-oink.com - e utilizzata dai degustatori un po' rustici e materialoni. Si prende un salame di suino e lo si inizia ad affettare mentre si beve la bottiglia. Se finisce prima il salame, il vino è una porcata, viceversa trattasi di un vino da suigno (il sogno del porcello). I toscani che utilizzano questa scala quando giudicano davvero molto buono il vino, usano proferire il commento "la maiala di sù ma'", riferendosi con ammirazione alla vigna e alla terra che lo ha generato.

SCALA ASPETTANDO GUGOL
Utilizzata da chi prima di esprimere e formulare il proprio giudizio, si va a leggere sul motore di ricerca tutte le note e degustazioni presenti online. Solo dopo, darà lo stesso giudizio dato dalla maggioranza e dai critici più autorevoli.

SCALA XKE' CMQ TVTB
Per i degustatori più giovani, usa uno slang moderno e di grande sintesi di comunicazione.
Si avvale di tre semplici termini in uso alla gioventù odierna: "scialla" se il vino è buono, "scazza" se non convince del tutto e "sclera" se non è buono. Per i produttori preferiti viene aggiunta, come fosse una lode, l'espressione "che storia!".

5 maggio 2011

LA PRIMA BOCCIA NON SI SCORDA MAI


Ci sono state varie "prime volte" nella mia storia enologica, tante quanti gli innamoramenti per le differenti zone e tipologie che scoprivo e che persino recentemente ogni tanto scopro. Ma se devo decidere l'inizio assoluto, questo è il ricordo.
Quando era con noi sulla terra, mio zio aveva un ristorante, che prima era stata l'osteria di suo padre, mio nonno. Ai tempi avevo 21 anni e lavoravo come dj, ma quella sera avevo scambiato il servizio con l'altro collega, perchè ero miracolosamente riuscito ad ottenere l'appuntamento agognato con una coetanea molto bella e ai tempi per me speciale. Prima di andare a prenderla, siccome con mio zio avevo un rapporto da fratello minore/fratello maggiore, decido di fare un salto al ristorante per salutarlo e per raccontargli orgogliosamente della serata che mi aspettava. Entro nel locale, mi vede e mi viene incontro da un tavolo di suoi amici con in mano un baloon di rosso e mi dice di assaggiare. Avevo già condiviso qualche bottiglia, soprattutto piemontese, con lui e gli adulti di casa.
Ma quella sera è stato il momento.
Fin da quando il naso si è avvicinato al bicchiere, ho sentito una scossa, il Vino era entrato in me. Ricordo di avere appena balbettato qualcosa sulla scoperta che stavano facendo i miei sensi. Non gli ho nemmeno accennato alla ragazza che mi attendeva.
Sono uscito dal ristorante in uno stato di euforia e confusione totale. Così, anche per buona parte della serata (un innocente giro in macchina, passeggiata sul lungolago, gelato), non mi riusciva proprio di staccare il pensiero dal vino bevuto, come una stregoneria, paradossale e assurda.
Dopo settimane di strategie e corteggiamento non sembrava importarmi molto di essere vicino a quella ragazza bellissima. Pian piano infatti lei iniziò a rendersi conto che ero distante e per magia i ruoli cambiarono ed iniziò velatamente a corteggiarmi, probabilmente sfidata dal mio essere sovrappensiero. A quel punto, per fortuna, il pensiero fisso del vino-pozione si allontanò un po' dalla mia testa e passammo un fine serata piacevole.
Ma credo che se mio zio non mi avesse fatto assaggiare quel Chateau Lafite 1961, la serata non sarebbe finita allo stesso modo e non avrei vissuto quella sera un primo grande amore, in entrambi i sensi.
Forse senza questo episodio non mi emozionerei, oggi e sempre, per un vino che esce dal banale per mischiarsi ai ricordi belli della vita.

1 maggio 2011

SEX AND WINE (and rock'n'roll*)



Il titolo non c'entra col fare zum zum da ubriachi.
Anche se le disinibizioni van d'accordo con l'alcool.
Capita spesso di usare gli aggettivi femminile e maschile riferiti ad un vino, un vitigno o una tipologia intera.
E' ovviamente solo un modo per rendere a parole una sensazione olfattiva e del palato che si riferisce in buona parte ad alcuni stereotipi dei due sessi, ma anche ad una loro essenza, apparente o ipotizzata che sia.
Un vino "femminile" sarà facilmente quello che offre profumi floreali, delicati, esotici, fruttini dolci tutti molto stratificati e definiti nella pulizia; il suo tatto al palato sarà carezzevole, morbido, cremoso, con una piacevolezza immediata. Diversamente i vini "maschili" emanano sentori di radici, di erbe forti, di tabacco, pietra, spezie, frutto spiritato e la sensazione che si prova in bocca è quella di irruenza mista a durezza, perchè oltre alla presenza di più alcool c'è più tannino (sostanza contenuta nella buccia di un acino) contenuto in quel vitigno (e per la scelta di vinificazione).
Fino a qui sembra abbastanza banale, ma ci può essere una lettura più approfondita e forse più reale della superficie.
Un vino femminile non è soltanto un vino delicato poichè ci sono vini di struttura notevole che di esile hanno ben poco e sono invece tanto femminili da sembrare una Madre. Eppure nel timbro dei profumi e nella sostanza che accarezza il palato vi sono tratti assimilabili ad atout estetici e comportamentali più evidenti e presenti nelle donne.

Con un bel po' di generalizzazione sui vari vitigni e la loro "accostabilità sessuale", il simbolo della maschilità potrebbe essere il nebbiolo, i barolo soprattutto, mentre il pinot noir (quello di Borgogna meglio di ogni altro) si identifica maggiormente con la femminilità.
Sempre a stare in superfice, però, perchè ci sono persino dei barolo di grazia ed eleganza femminile e viceversa ho bevuto dei pinot noir nerboruti e diretti come un pugile.
Insomma, solo un giochino con le definizioni, come dire che Parigi è più femmina di Milano.
Può essere soltanto una facile chiave di decodificazione sensoriale, ma esistono di fatto tante eccezioni in bottiglia, che confermeranno anche la regola ma ne minano il valore assoluto.
Forse in un vino, più che nell'essere umano, maschile e femminile possono coesistere unendo forze e caratteristiche preminenti per raggiungere la perfezione enologica, cioè quei vini che hanno tanto di tutto e che nessuna bevanda mai bevuta può superarne il piacere. Qualche volta capita, mi è capitato, di trovare nel bicchiere qualcosa di perfetto, a prescindere da critica specializzata, classifiche di tipologia e punteggismi in centesimi. Sono state quelle bottiglie che hanno raggiunto un personale giudizio estremamente positivo grazie alle loro caratteristiche e virtù.
Non potrei dire, nemmeno con palate di generalizzazione, se fossero però vini maschi o femmine. Impossibile scindere e proporzionare razionalmente la loro "preminenza sessuale" senza rompere l'equilibrio stesso del vino, il suo valore.
Basta qui.
Se si vuole leggere la speranza utopistica di una miglior convivenza anche tra esseri umani di sesso opposto o riferimenti a cose e persone realmente esistenti, non sono volute.
Perchè nelle persone e nella vita, diversamente dalla vite, ci sono tanti distinguo e forse meno coerenza; da un po' di tempo c'è anche meno natura.

* "and rock'n'roll" c'entra soltanto perchè ho scritto il post ascoltando una raccolta dei Creedence Clearwater Revival in sottofondo. Magari è "musica da maschi"; importa niente, non toccatemi i CCR.

15 aprile 2011

CROISSANTS DE GAMBAS


La stagione primaverile porta il caldo e la voglia di preparazioni di mare.
Questa con un nome ibrido franco-spagnolo, è una mia ricetta "storica" molto gradita da chi l'ha assaggiata e abbastanza facile da preparare.

Ingredienti:

gamberi di media/grande dimensione (anche quelli decongelati senza le teste)
lardo o pancetta
pasta sfoglia
un rosso d'uovo


Pulire bene i gamberi, tranne il codino finale, servirà per prenderli con le mani dal piatto.
Avvolgere il gambero prima con pancetta o lardo e poi con la pasta sfoglia.
Si può usare anche quella a fogli quadrati del supermenrcato, ma se la prendete da un panificio o da un pasticcere è molto più buona (farla in casa è un lavoro un po' lungo, ma se si ha voglia...). Pennellare l'esterno con tuorlo d'uovo prima di mettere in forno per 15 minuti a 180° (poi dipende dal tipo di forno, ma la pasta deve gonfiare e diventare dorata come nella foto).
Si può anche preparare una salsina fredda frullando pomodori freschi con un pizzico di sale, peperoncino e prezzemolo per intingervi i gamberi una volta pronti.
Nel tempo ho provato alcune varianti, con la paprika, con una strisciolina di zucchina, pennellati di miele, ma quella "base" qui riportata per me resta la più gustosa e rapida.
Abbinamento consigliato con un vino sapido secco e di gradazione alcolica non eccessiva (vermentino, pigato, verdicchio base) oppure con il classico champagne che come i jeans sta bene con tutto.
Buon appetito.

6 aprile 2011

DR. WINE

Da pochi giorni è presente in rete la nuova rivista online di uno dei fondatori storici del Gambero Rosso, Daniele Cernilli.
La veste grafica è molto ben curata, sobriamente elegante e british. Non mi convince molto solo la "strisciata" di sughero in basso a destra, una foto di tappi random forse avrebbe avuto un impatto meno ordinario.
Carina la caricatura del Direttore che "smitizza" la sua immagine e la fama un po' "burbera".
I vari argomenti/menu sono ben visibili, la consultazione e la lettura agevole, anche per il numero di battute mai eccessive.
L'ho letto praticamente tutto e dal mio "basso" non mi permetto nessuna critica sulle scelte dei vini recensiti in Freewheelin', anche se onestamente alcuni nomi e abbinamenti mi risultano un po' deja vu, "istituzionali".
Molto piacevoli e golose sia la ricetta che la parte dedicata ai locali.
Complimenti a vinogodi e vignadelmar, pseudonimi di persone che conosco personalmente e so essere appassionati bevitori.
Ne il Racconto mi aspettavo un vero e proprio racconto di fantasia o di aneddottica meno specifica, ma poi ho trovato davvero molto interessante l'incontro e la testimonianza storica di Biondi-Santi, uno dei grandissimi del vino italiano. Massimo rispetto.
Da It's only rock and wine (a me suona meglio di wine and rock) avrei preferito invece qualcosa di molto più "musicale" ed assonante, oltre alla mera citazione di un disco/gruppo seppure cult e poco noto come i Fear Itself.
Good luck, Dr. Wine.

26 marzo 2011

CIME DI RAPE - FINE STAGIONE


La primavera è la mia stagione preferita, banale spiegare che è come un rinascimento dopo il medioevo invernale.
Peccato solo che a marzo-aprile finisca la stagione delle cime di rape invernali, quelle vere, cioè i broccoletti sacri della cucina pugliese, compagne popolari di orecchiette o salsiccia.
Quando però arrivano le temperature meno rigide, le cime scompaiono dai banchi del mercato; se -come me- si è quasi dipendenti, si possono congelare alcune scorte preparando nel freezer delle piccole dosi in sacchetto per i momenti di astinenza.
Ora a parte le ricette tradizionali e che ogni famiglia pugliese ha elaborato, insieme alla pasta o senza (con le acciughe, con il pane fritto, con i pomodorini secchi, con una "grattata" di ricotta tosta, con pezzetti di salsiccia, anche con il pesce...), c'è un modo molto semplice e gustoso per cucinarle legato ai miei ricordi d'infanzia: filo d'olio in padella calda, spicchio d'aglio e quando questo sfrigola, buttare le cime di rapa appena lavate che devono fare quel rumore così eccitante che è dovuto allo scontro tra le diverse temperature.
Si cuociono saltandole in padella per pochi minuti, poi si aggiunge un filo d'olio crudo e del peperoncino piccante, lu diavolicchie.
Il loro sapore resta un po' più amarognolo di quando vengono bollite nell'acqua, ma esce anche un sentore di terra, come qualcosa di antico che mi fa tornare in mente mio nonno di Trani.
Lui, quando le cucinava così, le chiamava in dialetto, le cime
ind'la sartescene, e credo si riferisse al tipo di padella usata per la cottura; per me bambino quel suono era una lingua straniera, quasi esotica.

* per la pasta con le cime di rapa l'abbinamento consigliato con il vino è territoriale, preferendo i rossi sceglierei un Salice Salentino; il Primitivo invece -che è più "piccante" e "sgrassante"- lo apro quando al piatto aggiungo anche dei pezzetti di salsiccia.

La foto è tratta da www.bioexpress.it

14 marzo 2011

I LIVELLI DEL VINO

Non parlo dei livelli del liquido all'interno della bottiglia.
Penso a quanto sono distanti in termini di semplice conoscenza le posizioni tra il semplice bevitore e il degustatore professionista. Molto spesso è una questione di passione, di tempo e denaro a disposizione e di utilizzo che si fa del vino. Ma -purtroppo spesso- si crea una spaccatura tra chi si reputa "esperto" e chi semplice bevitore.
Sono però convinto che anche il semplice bevitore, che ricerca semplicemente un vino che accompagni i pasti, possa bere meglio, senza doversi sbattere troppo a cercare al supermercato o in enoteca.
Non è fondamentale diventare "esperti" di annate e vitigni per bere qualcosa di più definito rispetto a "un bianco" o "un rosso", perchè è sufficiente seguire semplicemente il proprio gusto e qualche informazione sulla rete.
Non mi stancherò mai di consigliare il maggior numero di prove per capire quale vino/vitigno stuzzichi maggiormente il nostro piacere, anche con i prodotti della grande distribuzione; basta provare e provare, cambiando spesso e magari raffrontare e giudicare nello stesso momento due o più bottiglie diverse.
Poi, anche nell'acquisto al supermercato, può essere indicativo leggere le etichette, non solo nella parte pubblicitaria con la descrizione del vino e gli abbinamenti, ma anche per cercare di capire se l'azienda è sita nella zona in cui nasce quel vino (territorialità), se è una cooperativa di produttori o una mega Spa a livello nazionale, eccetera.
Le differenze alla fine si riscontrano sempre nel bicchiere e il diritto di bere meglio, più sano e più buono non è riservato solo agli "esperti".
Non è solo un populistico più vino buono per tutti, ma più qualità per chi si informa.

11 febbraio 2011

CHIANTI D'AUTORE


Forse è una mia percezione errata del comun sentire o delle impressioni sentite da amici e conoscenti. Probabilmente anche a causa della "nomea" del passato, del fiasco di paglia e delle troppe aziende stile "industriale" presenti in gdo.
Vorrei però sfatare dal bicchiere, il luogo comune che i chianti sono vinelli semplici, spesso fatti solo per il turismo e di scarso valore qualitativo. E' certamente difficile generalizzare su un comprensorio così esteso come quello chiantigiano, la docg più vasta d'Italia, è inevitabile che vi siano anche produttori "mercanti".
Alcuni fatti più recenti, sono però confortanti.
Negli ultimi anni infatti, modificato il vecchio disciplinare che permetteva anche uve bianche e dopo un breve periodo con alcune deviazioni stilistiche in favore di merlot e cabernet, c'è stata una forte "rinascita".
Molti produttori di zone elette hanno deciso, ad esempio, di seguire l'idea della famiglia Manetti, precursori a Montevertine nell'esaltare al massimo il sangiovese, con piccole aggiunte di soli vitigni autoctoni come canaiolo o colorino.
Questo "movimento" virtuoso ha permesso a molte nuove aziende di mettere sul mercato e nei nostri bicchieri alcuni vini di assoluto livello gustativo e qualitativo (compromesso equilibrato). Proprio in questi giorni ne ho assaggiati alcuni davvero rappresentativi e dall'ottimo rapporto qualità/prezzo.
Nonostante un'identità toscana molto spesso comune, ogni comune del Chianti ha caratteristiche territoriali e geografiche che si manifestano con sfumature e differenze nei vini.
I nomi dei produttori sono molti, alcuni nuovi, altri più classici e in questo blog alcuni davvero speciali voglio citarli: la Porta di Vertine, vino di grande impatto aromatico e suadenza al palato, il Pian del Ciampolo (un chianti anche senza la fascetta rosa), esempio della classicità e tipicità di un vino toscano, Monteraponi, il più austero e cerebrale, Monsanto e Castell'in Villa, due grandi con tanta storia alle spalle e infine Valdellecorti, più semplice dei precedenti ma di grande bevibilità.
Un "metodo" che consiglio sempre, è girare per le cantine dei comuni più vocati come Gaiole, Radda, Panzano, Barberino o Castelnuovo Beradenga e assaggiando i vini direttamente in cantina cercare di scoprire quale faccia del Chianti ci rappresenta maggiormente.
Di Chianti ce
n'è sempre per ogni gusto e tasca.

1 febbraio 2011

IL VINO C'ENTRA POCO

Sabato scorso, 29 gennaio, in molte città italiane si sono riunite migliaia di persone, che hanno voluto manifestare una protesta pacifica nei confronti della violazione di diritti e il mancato rispetto delle donne in Italia.
Per non inflazionare il già nutrito stuolo di opinioni, non aggiungerò altro sullo "scandalo" del momento.
Quello a cui, per dover di blog, vorrei alzare un bicchiere di vino simbolico è lo spirito e il profumo diverso che ho colto dai racconti di chi c'era, dalle immagini e dalle parole (purtroppo anche quelle non dette) sui media.
Sono un maschio, ragiono come un maschio per default, ma specifico che condanno tutti gli aspetti noti come "stallonismo" o "machismo", da quello quotidiano, crudo e persino violento, fino alla patinata rappresentazione "a gettone", costruita e sostenuta consapevolmente dallo spettacolo di alcuni programmi televisivi e film "leggeri".
Nella storia noi "maschi", forse perchè ben addestrati dall'antica scala gerarchica e "cameratesca" negli eserciti, abbiamo saputo raggiungere una capacità di aggregazione di gruppo maggiore rispetto alle "femmine". Non è un caso che il potere sia stato gestito nei secoli quasi unicamente dal sesso maschile.
Del resto lo si vede spesso anche nella vita quotidiana e se ne parla tra amici, però notando che negli ultimi anni la capacità aggregativa e di creare complicità tra donne è aumentata moltissimo.
Non intendo far sociologia da osteria e perdermi in ragionamenti personali, in sintesi mi vengono in mente solo alcune parole come consapevolezza, forza e potenzialità.
Alle manifestazioni di sabato, non ho visto le insegne degli eserciti politici e non ho percepito alcuna logica di gerarchia tanto che non mi è venuta la classica domanda (maschile): chi comanda qui?
Non è importante quando in mezzo a tanta gente si vede scorrere un'idea.

23 gennaio 2011

L'ASSOLUTO NON ESISTE

Qual è il miglior film di tutti i tempi? Il disco? Il quadro? Il libro? Il vino?
Ognuno di noi potrà spremersi, trovare anche una risposta dopo ripensamenti e sfoltiture di nomi.
Seguendo e considerando il maggior numero di parametri si può
anche esercitare una critica personale obbiettiva -seppur soggettiva- e riuscire a raggiungere un'apprezzabile sintesi e un "risultato" che ci convince.
Ma molto probabilmente il nome definitivo scelto avrebbe potuto avere una collocazione più realistica e consona se relativizzato in una categoria specifica del relativo settore (film comico, film drammatico, film d'avventura.. ecc).

Fatta questa premessa e tornando al vino, come ho già detto in altre parti del blog, sono contrario all'uso dei punteggi su scala centesimale (la scala "Parker" dal suo inventore Robert P., ovvero uno dei più importanti opinion maker sul mondo del vino). Trovo che in essa vi sia più approssimazione che presunzione, per voler stilare una scala di valori si presunta oggettività tra tutti i vini del pianeta, siano essi bianchi, rossi, frizzanti, giovani o vecchi.
Per me è fondamentale ricevere dalla critica specializzata una traccia, un parere qualitativo, ma attraverso impressioni ed opinioni articolate e non con la precisione algebrica di una scala che arriva fino a 100.
Ma sono di parte, tifo sempre per la prosa rispetto ai freddi numeri.




16 gennaio 2011

LIQUIDREAMS #1

Piccoli sogni da ricordare.

E' estate, la luce del sole si specchia sull'asfalto che scorre come una sobria cucitura grigia in mezzo alle collline.
Ovunque ci guardano piene le ordinate miniere di legno vivo, sui cui rami grappoli di pepite hanno maturato quasi il massimo della loro doratura splendente. Ci lasciamo prendere dalla danza dei profumi giovani, i cui nervi desiderano frementi di ballare col nostro palato. La musica sale di intensità, il volume è alto, da festa.
Raggi di fiori, cesti di frutta, donne sorridenti, un panificio che sforna, quel collage di voci straniere con l'accento che fa venire fame di tutto. Sensazione di euforica ed effimera gioia.
Champagne di Paul Dethune.


Di colpo la luce si fa scura, siamo appena scesi in un giardino autunnale, le guance sentono il freddo intorno, l'aria che entra in noi sembra mischiata ad acqua e terra. Ci viene incontro un signore di pelle e capelli chiari, ma buio come un'ombra, non sorride, ci squadra. Chiediamo se ha voglia di raccontarci un po' della sua storia e allora lui rende semplice la leggenda versandoci da bere. Si racconta -e sembra proprio vero- che sappia imprigionare i frutti tenendoli vivi e freschi e di quanto sappia ipnotizzare per lunghi anni tutte le rose delle donne del paese. Quando ha finito, la sua voce ci è entrata nella mente per restarci per sempre, parole essenziali e dirette, accompagnate dai fermi gesti del suo corpo imponente.
Barbaresco di Bruno Giacosa.

2 gennaio 2011

GLI ANNI '10

Sembra un vecchio libro di storia sentir parlare degli anni '10.
Invece iniziano adesso, in un nuovo secolo e millennio.
Darei per scontato il rito degli auguri e dei propositi, tanto sono sempre quelli i desideri: la salute, la serenità, un po' di soldi per bere e mangiare bene.
Invece, non darei per scontata la speranza che l'essere umano riesca ad uscire da questo sistema legato alla finanza per sopravvivere al circolo vizioso stesso e alle speculazioni per il plusvivere di pochi. Vale chiaramente come utopia per il macrocosmo, ma credo che ognuno di noi nel proprio piccolo possa contribuire, fissando e rispettando piccole regole etiche, di consumo e comportamento. A volte basterebbe solo pensare con più raziocinio alle proprie azioni per poter dare maggior impegno a quelle utili a noi stessi o agli altri, evitando le inutili distrazioni di tempo che sollecitano la nostra attenzione dall'esterno.

Buon 2011 a tutti.

15 dicembre 2010

VADO VIA CON LUI - parte prima

Stavo da più di un anno su quello scaffale da enoteca.
L'enotecario Nino è un assoluto incompetente, ridanciano e affarista; tutto quello che ha letto sul vino sono le cifre della macchina prezzatrice, tarati con ricarico alto.
In questi anni gli ho sentito dire sul vino una serie inenarrabile di stronzate, che ci vuole coraggio davvero solo per scherzo. La cosa più spassosa è che lui si crede autorevole quando le dice, anche quando parla con persone che si vede che qualcosa ci capiscono.
Una sua uscita fantastica fu ad esempio quando un cliente gli chiese quali uve, intendendo chiaramente quali vitigni, ci fossero nel Sassicaia. E l'espertone enotecaro con un sorrisone e un gesto verso l'alto della mano, a mo' di flamenco, disse "quali uve? le migliori...e non scherziamo". Quel "e non scherziamo" è una chiusura degna di Totò.
Comunque, a parte la distrazione delle gag di Nino, l'enoteca era un posto finto, con le luci alogene che scaldano le bottiglie, per fortuna stavo in basso, poi era un locale pieno di cesti promozionali di vino e barattoli di carciofini sott'olio fatti dal cognato (carciofini con il vino poi, non il massimo degli abbinamenti).
Insomma un posto che viene da maledire il rappresentante che mi ci ha portato (come omaggio ma questa è un'altra storia).
Per fortuna che ieri è venuto questo signore a portarmi via. Mi ha messo con delicatezza in una borsa sul sedile e mi ha lasciato in macchina mentre cenava con un amico che dopo cena è venuto a conoscermi e mi ha sollevato con gentilezza e rispetto. Poi il mio nuovo proprietario ha detto a questo suo amico che presto se la sarebbero bevuta insieme questa delizia, con qualcosa di pensato da mangiarci sopra e sono soddisfazioni che ogni bottiglia spera di incontrare.
Confesso piccoli brividi dei tannini, che per fortuna sono abituati da secoli a quanta dolcezza c'è ancora in terra.
Qualche minuto fa mi ha portato in questa piccola cantina di una casa silenziosa e fresca. Per fortuna mi ha tolto la fascia di cartone da imballo con il nome dell'enoteca di Nino, non sarebbe stata proprio una medaglia e poi non avrei visto bene.
Quando mi ha portato a casa era molto tardi.
E' una cantina scura, un solo locale, minuto, in cui c'è pietra, cemento e legno, nessun odore di salumi o peggio. E' semplice ma sembra un bel posto, c'è freddo e umido che fa bene al sangue, fa invecchiare tanto.
Mi ha messo in piedi in prima fila (chissà forse presto si va in scena), ma da qui non vedo altri scaffali di fronte, di sicuro ce n'è uno sopra e forse uno sotto. Ci sono cassette di legno in basso ma è ancora buio per leggere i nomi.
Intravedo due o tre bottiglie vicino a me, ma penso proprio dormano ancora.
Farei bene a dormire un poco anch'io, meglio essere in forma, che presto sarà tempo di presentazioni.
Speriamo che qui qualcuno parli anche la mia lingua.